Un esempio significativo di scuola nata dalla società civile è quello della Scuola Media “Camillo Di Gasparo” di Tarcento.
Tutto iniziò pochi giorni dopo il terremoto che colpì il Friuli nel maggio 1976, quando a Milano, in un’assemblea del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione si chiese la disponibilità di volontari e di un sacerdote per portare aiuto in una parrocchia disastrata del Friuli. Si fece avanti don Antonio Villa, allora canonico di San Babila, che così racconta i primi momenti a Tarcento: “Quando siamo arrivati c’era molta confusione, e non sapevamo cosa fare. Aiutare a spostare le macerie? Meglio le ruspe … La seconda sera ci arrovellavamo pensando cosa sarebbe stato utile fare … Salta fuori un libretto un biglietto con la frase di Eliot: «In luoghi abbandonati/ Noi costruiremo con mattoni nuovi (…) Ognuno al suo lavoro».
Abbiamo chiamato i bambini per le strade e li abbiamo portati dietro al Duomo, nei cortili della parrocchia, e abbiamo iniziato a fargli compagnia, stando con loro …”. Compagnia: ecco il punto di partenza dell’esperienza di Tarcento. “Lo scrivemmo su un murales: «Un popolo cammina verso la ricostruzione, la nostra amicizia è la prima pietra»”. A settembre un’altra scossa: la gente si deprime, inizia ad andarsene. “Ve ne andate anche voi?”, dice una madre a don Villa, piangendo; “Fate una scuola per i nostri bambini”, e in piedi gli compila un improvvisato cedolino di iscrizione. Tutto è cominciato così: prima sotto una tenda, poi un box, poi i prefabbricati, in un susseguirsi di fatti e situazioni che hanno del miracoloso.
Oggi la scuola è una cooperativa, di cui i ragazzi si sentono pienamente responsabili, aiutando nelle pulizie, apparecchiando e preparando la mensa. Oltre a don Villa c’è don Enzo, un giovane sacerdote friulano. Presidente della cooperativa è una insegnante di Cagliari, Luciana, arrivata a Tarcento pochi giorni dopo il terremoto; preside della scuola è Eva, giunta dalle Marche un anno dopo il sisma.
In un recente articolo sulla scuola, della rivista Tracce, così viene descritto il momento del pranzo: “Dopo le lezioni, il pranzo è una festa: si mangia insieme, studenti e professori, e due signori pensionati che fanno saltuariamente dei piccoli lavori di manutenzione: don Villa, avvolto in un grembiulone con una caricatura disegnata davanti, ed Eva girano tra i tavoli con un carrello per il cibo e con ordine tutti si alzano e si servono. A pranzo finito qualcuno si ferma a ripulire, altri scattano in cortile a giocare: c’è il torneo di calcio. Al termine della lezione pomeridiana, una piccola redazione di ragazzi si riunisce in una stanzetta al pianterreno della palazzina della scuola: don Villa accende microfono e impianto, e la musica invade le tre grandi aule dei ragazzi. Radio Camilla trasmette 10 minuti di lettura e commenti dei quaderni di classe, sui quali, durante la giornata, i piccoli studenti hanno appuntato riflessioni, pensieri, domande, suggerimenti e quant’altro. E all’idea di qualcuno di mangiare pizza all’indomani, un boato di assenso riempie la scuola.
Una piccola scuola di paese, pochi ragazzi, e pochi soldi. Ma gratuita fin dalla sua fondazione. Affascinante, perché chiunque arriva in visita si sente accolto come in casa. Il piano educativo sono poche pagine scritte sul libretto scolastico”.
“Educare – spiega don Villa – è la cosa più facile di questo mondo, è elementare, è della natura umana. E’ inevitabile. Educhi – o diseduchi – anche solo incontrando un bambino per strada che ti osserva, che ha un giudizio su di te, bello o brutto, perché lo hai incuriosito o l’hai scandalizzato. La struttura scolastica vera è la persona e in questa dinamica la scuola è comunione di persone”.
“Il problema dell’educazione – continua don Villa – si riduce pertanto alla determinazione di un gruppo di adulti che, a causa di una amicizia stretta e profonda tra loro, decidono di non tacere più quello che sono e aprono quello che hanno, una tenda, una casa, a tutti quelli che vogliono vivere con loro”. Ed è proprio questo che è accaduto a Tarcento.
Tempo fa, durante una conferenza tenuta al Centro culturale “Augusto Del Noce” di Pordenone, don Villa paragonò addirittura la scuola ad un grembo materno. L’intuizione veniva da un ragazzino di Tarcento, Andrea, cui un giorno uscì un’espressione curiosa, la quale provocò l’ilarità dei compagni di classe. “La scuola è una gravidanza”, disse Andrea. Don Villa, dopo averla sentita ci pensò un po’. “Ma sì - concluse – la scuola è un utero, dove uno si trova bene non per starci dentro, ma per venire fuori. Dove tutto intorno a lui è per accoglierlo”.
“Spesso la scuola – disse ancora don Villa – è fondata sulla paura. Ma così nessuno diventa grande. Per liberare il bambino o il ragazzino dalla paura occorre arrivare al livello in cui si è pari a lui: ovvero al livello della verità della persona, al livello in cui ogni uomo è in rapporto con l’Ideale, con il Creatore. E’ lì che un adulto è uguale al bambino, perché rispetto all’Ideale della vita un adulto non è più in alto, è solo chiamato ad essere più cosciente e più responsabile. Per questo al mattino a Tarcento si inizia con un momento comune di preghiera e di richiamo al motivo per cui si vive la giornata, per questo nessuno si sente superiore o arrivato”.
Roberto Castenetto
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