Il culto mariano ad Aquileia 4

Intervento a Radio Voce nel deserto di Pordenone del 5.05.20

Iniziamo l’incontro odierno con un documento citato dallo storico storico Giorgio Fedalto, che si è occupato nella sua lunga carriera di studioso in particolare della storia cristiana del Veneto e del Friuli: Scrive Fedalto che «in un diploma del 792 di Carlo Magno a Paolino, patriarca di Aquileia, si legge come quella chiesa fosse stata costruita “in honorem Sanctae Dei genetrix … Mariae vel Sancti Petri … sive Sancti Marci» (in Aquileia, una chiesa due patriarcati, 1999, 53).

Come si spiega la presenza di San Pietro tra i titolari della chiesa aquileiese? Ricordiamo che la basilica è orientata sul punto dell’orizzonte in cui il sole sorge il 25 aprile e il 15 agosto, mentre la festa dei Santi Pietro e Paolo è stata fissata il 29 giugno. Il motivo probabilmente sta nel fatto che il 25 aprile era il giorno in cui i romani prima dell’avvento del cristianesimo celebravano la festa dei Robigalia, per preservare i cereali dalla ruggine che poteva colpirli. Probabilmente ai tempi di Costantino tale festa fu sostituita da una solenne processione di tutto il popolo che attraversava la città fino a San Pietro, dove si recitavano le Litanie Maggiori, ovvero le suppliche a San Pietro, seguite poi in tutti in paesi della cristianità dalle rogazioni che si svolgevano ai bordi dei paesi e dei campi di tutta la cristianità, fino a tempi recenti. Questo spiega anche l’espressione friulana Arc di San Marc per indicare l’arcobaleno. Il segno nel cielo, frequente nei mesi primaverili ed estivi, indicava in qualche modo la protezione di San Marco e San Pietro sui frutti della terra.

Chiarito questo punto ritorniamo alla dedicazione mariana della chiesa di Aquileia e diciamo che le più antiche chiese del Friuli e di tutta l’area evangelizzata da Aquileia erano dedicate alla Madonna. L’area evangelizzata da Aquileia era molto grande: arrivava a Est fino in Pannonia, a Ovest fino al lago di Como, e a Nord fino al Norico. Aquileia, nei secoli IV e V, diventa un centro ecclesiastico cui fanno capo ben diciassette diocesi: Concordia, Cèneda, Belluno, Feltre, Trento, Como, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trieste, Capodistria, Parenzo, Cittanova, Pèdena, Pola e Lubiana.

Secondo Guglielmo Biasutti, lo studioso che abbiamo più volte citato, «ogni centro missionario primitivo dell’area friulana veniva dedicato a Santa Maria in Gloria, identificata poi con Santa Maria Assunta, quasi a rispecchiare il titolo della chiesa episcopale di Aquileia, come questa, a sua volta, rispecchiava il titolo della chiesa episcopale di Alessandria d’Egitto, iniziata da San Teona (281-300) […] Allorché si rendeva necessaria l’istituzione di altre pievi, staccate dalla primaria di Santa Maria Assunta per il progredire dell’evangelizzazione, tali nuove pievi assumevano i titoli (presbiterale) di San Pietro e (diaconale) di Santo Stefano: e non a caso ma perché questi erano due titoli prediletti dai giudeo-cristiani, primo strato del cristianesimo aquileiese, e verso i quali la forza tenace della tradizione mantenne un atteggiamento preferenziale. Quando poi si imponeva una ulteriore cariocinesi, alla nuova pieve veniva dato il titolo di San Lorenzo, perché questo martire [….] per i cristiani del sec. IV rifulgeva come il simbolo della vittoria del cristianesimo sul paganesimo, degno riscontro di Santo Stefano, che era stato il protomartire corifeo della quasi trisecolare lotta cristiana».

Nella diocesi di Concordia, in questo modo abbiamo avuto due grandi centri di irradiazione missionari: Santa Maria di Calaresio, antico nome di Montereale Valcellina, da cui sono poi derivate le chiese della montagna e della pedemontana, e Santa Maria Maggiore di Cordenons, insieme alla chiesa paleocristiana dei Santi Ilario e Taziano di Torre, da cui sono derivate buona parte delle chiese di pianura; oltre, naturalmente al monastero di Sesto al Reghena, che però risale all’alto medioevo.

La tesi di Biasutti sembrerebbe confermata anche dai numerosi titolo petrini presenti in Friuli. Basti pensare alla pieve di Zuglio, le cui origini risalgono al secolo V, matrice di tante parrocchie della Carnia; oppure alle pievi di Osoppo, Tarcento e Ragogna, anch’esse risalenti all’età tardo-antica. Nella Destra Tagliamento abbiamo le antiche pievi di Travesio, da cui dipendevano molte chiese della pedemontana e della montagna pordenonese, e Azzano X, sorta nel cuore della centuriazione romana; infine la chiesetta di San Pietro a Cordenons, risalente al secolo VIII, come risulta dagli scavi eseguiti nel 1992-1994. È interessante notare che le chiese citate sorgono quasi tutte nei pressi di corsi d’acqua o di fonti, anche se ciò può dipendere solo dal fatto che insistono su centri abitati ovviamente sviluppatisi grazie a una risorsa idrica, e che si trovano sulla linea pedemontana della regione (Tarcento, Osoppo, Ragogna, Travesio), dove passava una importante strada protostorica, che incrociava di volta in volta le strade romane che portavano nel Centro Europa, la Iulia Augusta, da Aquileia, e la strada per compendium, da Concordia. La stessa Azzano X si trovava all’incrocio del cardo e del decumano della centuriazione di Concordia. In altre parole il titolo petrino si trova in punti nevralgici della viabilità tardoantica.

A questo punto occorre però affrontare una questione spinosa, su cui gli storici non si sono ancora accordati, ovvero quelle dell’esistenza o meno di una forte influenza ebraica nel cristianesimo aquileiese delle origini. Non c’è alcun dubbio che sia ad Aquileia sia a Concordia esistessero due importanti comunità ebraiche ed è noto che le prime comunità cristiane furono costituite da ebrei convertiti al cristianesimo. Ad Aquileia tale presenza è documentata sia dall’archeologia sia dalle fonti letterarie, ma anche a Concordia, dove i segni di una comunità cristiana vanno fatti risalire perlomeno alla metà del III secolo, varie iscrizioni in lingua greca, databili tra il IV e il V secolo, testimoniano la presenza di commercianti della regione siriaca di Apamea, alcuni dei quali battezzati poco tempo prima della morte, come Aurelio Basso, del villaggio di Zofea, Aurelio Gennadio, Aurelio Sammo e Aurelio Firmino, di altri villaggi dela zona. Presumibilmente si tratta di ebrei, dediti al commercio dell’olio, o di militari o loro congiunti, come nel caso di Flavia Optata, moglie o figlia di un soldato appartenente a un reparto di militari Giudei di Emesa, città siriana a nord di Damasco, corrispondente all’attuale Homs; abbiamo anche il caso di Cham, detto “v[ir] c[larissimus]e quindi addirittura di rango senatorio.

Sul ruolo esercitato dalle comunità ebraiche nell’opera di evangelizzazione dell’Alto Adriatico, si diceva, c’è un secolare dibattito tra gli storici dell’antichità, e nel caso specifico della X Regio, e quindi dell’area Nord-Orientale, la situazione è complicata dalla nota tradizione marciana, secondo la quale sarebbe stato San Marco ad evangelizzare Aquileia, dopo il suo primo soggiorno a Roma, al seguito di Pietro, dalla cui predicazione avrebbe tratto il suo Vangelo. Secondo lo storico Eusebio di Cesarea (265-340) infatti «all’inizio dello stesso principato di Claudio (10 a.C.-54 d.C), la Provvidenza universale, nella sua bontà e misericordia verso gli uomini, prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra tutti gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano. Come un nobile condottiero chiuso nella corazza divina, dall’Oriente egli portò agli uomini dell’Occidente la merce preziosa della luce spirituale, annunciando, come luce e parola salvatrice di anime, il messaggio del regno dei cieli. Così, mentre si diffondeva tra i Romani la parola di Dio, subito la potenza di Simone si spense e si dissolse con lui. Rifulse invece a tal punto la luce della pietà nella mente di quanti ascoltavano Pietro, che non bastò loro d’averlo udito unasola volta né d’aver ricevuto oralmente l’insegnamento del messaggio divino, ma con ogni sorta di preghiere supplicarono Marco, di cui ci è giunto il Vangelo, e che era seguace di Pietro, di lasciare una relazione scritta dell’insegnamento loro trasmesso oralmente, ed insistettero finché non la compose. Furono così la causa della redazione del Vangelo detto “secondo Marco”. Pietro, si dice, venne a conoscenza del fatto per rivelazione dello Spirito, e rallegratosi del loro zelo convalidò il testo per la lettura nelle chiese [ …] Pietro nomina Marco nella sua prima lettera, che dicono compose proprio a Roma, città da lui stesso indicata, chiamandola metaforicamente Babilonia, nel seguente passo: “La Chiesa eletta di Babilonia vi saluta; e così fa Marco,il mio figliolo”. (Historia Ecclesiastica, trad. Gugliuzza Costantino).

Su questa narrazione di Eusebio di Cesarea si innesta un’altra narrazione, secondo cui sarebbe stato Marco a evangelizzare Aquileia. Lo dice il vescovo di Bisanzio, Gregorio Nazianzo, nel 380, quando afferma che l’Italia, ovvero la parte Nord della penisola, che aveva in Aquileia e Milano i suoi centri maggiori, fu evangelizzata sa Marco. Poi lo dice lo storico Paolo Diacono (720-799), secondo la quale Marco fu inviato da Pietro ad Aquileia, dove fondò la prima comunità cristiana con l’aiuto di Ermacora, poi martirizzato nella persecuzione di Nerone (37-68). Queste fonti sono state contestate da vari storici: la prima perché avvalorerebbe la tesi della scrittura del primo Vangelo negli anni quaranta e quindi quando erano ancora vivi tutti i testimoni oculare della vita di Gesù, mentre come si sa tra gli esegeti prevale ancora l’idea che i Vangeli sia testi successivi al 70 e quindi alla distruzione del Tempio di Gerusalemme; le altre perché tarde (salvo qulla del vescovo di Costantinopoli). Ma in realtà nulla vieta di pensare che Marco sia stato mandato in missione ad Aquileia, anche perché abbiamo l’attestazione di un passo della Lettera i Romani di San Paolo, in cui l’apostolo dice: «così da Gerusalemme e dintorni fino all’Illirico ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo, ma mi sono fatto un punto d’onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo per non costruire sul fondamento altrui» (Rm 15, 19-20), dove è evidente che Paolo e i suoi amici non si sono spinti fino ad Aquileia, dall’illirico, ovvero dai Balcani, perché qualcuno prima di loro vi era giunto.

Ma c’è un’altra narrazione che ha preso piede negli ultimi decenni, secondo la quale il cristianesimo sarebbe arrivato ad Aquileia, dopo la diaspora ebraica del primo e secondo secolo, soprattutto attraverso profughi ebrei provenienti da Alessandria d’Egitto. Quindi il cristianesimo aquileiese avrebbe una base ebraica, con forti influenze gnostiche come abbiamo visto la scorsa volta, e la prova di ciò sarebbero sia i mosaici della del complesso basilicale aquileiese sia vari indizi presenti nel territorio friulano. Abbiamo già visto che le influenze gnostiche non hanno reale fondamento e oggi vedremo di affrontare la questione degli indizi presenti nel territorio.

Prima Guglielmo Biasutti e poi altri hanno sottolineato il fatto che in vari luoghi del Friuli siano rimaste tracce di costumi ebraici, riguardanti il canto popolare, i nomi di luogo e alcune pratiche rituali. Un caso interessante sarebbe quello di San Pietro di Travesio, ai confini della terra degli Asìns, nome che che secondo Gilberto Pressacco indicherebbe una componente ebraica della popolazione che risalirebbe alla comunità «Asìn/Terapeuti descritti attorno agli anni Quaranta dell’era cristiana da Filone di Alessandria nella sua opera De vita contemplativa». Dal territorio rurale di Alessandria d’Egitto, questi Asìns, che amavano le «solitudini agrarie e alpestri», ricche di acque, si sarebbero trasferiti in Friuli e in particolare nella zona montana di Clauzetto: a riprova di ciò ci sarebbero le pratiche funebri arcaiche della zona, come ad esempio l’accompagnamento «del coròt funebre con il movimento incessante del busto e del capo»; il comedon presente in tanti stemmi, da Pinzano in su, che pare indicare il villaggio rurale, detto kome in greco; l’uso di chiamare Sabata o Sabide le bambine fino a pochi secoli fa. Come si vede si tratta di indizi molto vaghi, ma sull’ultimo di essi, ovvero sul nome Sabide c’è stato negli anni passati un certo dibattito, chiamo anche il “Mistero di Sante Sabide”, una santa che non esiste nel calendario cristiano. Ha scritto ad esempio Enzo Marigliano, nella rivista pordenonese La Loggia, che «Biasutti ha fatto notare come, tra 796 e 797, il Patriarca Paolo convocò a Cividale un Sinodo ove s’approvò un canone (Canone XIII) che ordinava la celebrazione della domenica, ammettendo implicitamente che il sabato era ancora considerato giorno dedicato al Signore, ennesima prova di quanto fosse radicata, ancora nell’VIII secolo, la tradizione sabbatica d’inequivocabile ascendenza giudaica, tanto consolidata da essere ancor oggi assai viva nella locuzione friulana sante sabide» (Marigliano, 78). In realtà non è così, perché sia Biasutti sia coloro che lo citano senza verificare le fonti interpretano male il canone del Sinodi di Cividale, che aveva solo lo scopo di stabilite che la domenica inizia con il vespero del sabato, secondo il costume della chiesa che fa in iniziare il giorno con il tramonto, mentre noi lo facciamo iniziare con la mezzanotte, come stabilito da Napoleone nell’Ottocento. Ma gli ebrei non c’entrano con la pratica dei contadini friulani e non solo di sospendere il lavoro già di sabato, o al mattino o a mezzogiorno, come del resto facciamo noi. La spiegazione di tale costume deve essere un’altra e probabilmente ha a che fare con una particolarità della chiesa aquileiese, che abbiamo già visto la scorsa volta, ovvero la presenza nel Credo aquileiese della discesa agli inferi di Cristo il Sabato Santo, per liberare dal Limbo coloro che non avevano conosciuto Cristo, testimoniata anche dai mosaici della Basilica del IV secolo. Questo messaggio, diffuso dagli evangelizzatori aquileiesi, assieme a quello della Resurrezione, aveva evidentemente fatto grande presa nelle campagne oltre che nei centri urbani del tempo, tanto da giustificare una sorta di festa prolungata dal sabato alla domenica. Siccome questa pratica poteva ingenerare confusione in un momento in cui era molto forte la polemica antiebraica negli ambienti della corte Carolingia, cui era legato anche il Patriarca Paolino II, si stabilì, nel ricordato Sinodo di Cividale del 796, di precisare che la domenica iniziava con i vesperi del sabato e non prima.

Per i romani la settimana iniziava con il dies Solis, che con l’imperatore Costantino diventerà dies Dominicus, dal greco kyriacòs, ovvero giorno del Signore, che in Tertulliano, sul modello del gr. κυριακή (ἡμέρα) diventa femminile; poi continuava con il dies Lunae, il dies Martis, il dies Mericurii, il dies Jovis, il dies Veneris e il dies Saturnii, ovvero il giorno di Saturno, rimasto nell’inglese Saturday. Il sabato terminava la settimana, come con la festa dei Saturnalia, da metà dicembre, terminava l’anno, per poi riprendre, dopo la lunga paura invernale, a metà marzo. Il sabato era dunque un giorno terminale, sia della settimana sia dell’anno, i cui ultimi giorni erano detti Terminalia. Secondo una fonte antica il dio Saturno presiedeva anche alla parte Ovest dello spazio e quindi al tramonto del sole. Potremmo dunque dire che sia per gli Ebrei e quindi per il mondo semitico, sia per gli Europei, greci e romani, la settimana terminava con il sabato e iniziava con la domenica, che naturalmente assunse per i cristiani e poi per tutto il mondo romano il significato di giorno dedicato al Signore, non tanto nel senso del riposo, bensì di giorno non retribuito da un salario, perché dedicato al lavoro con Dio, preghiera, festa, divertimento, ecc. Possiamo dire che la domenica diventò definitivamente il giorno di festa al tempo di Carlo Magno nel IX secolo, dato che da allora vari Concili ribadirono ciò, utilizzando anche l’iconografia, come testimonia l’immagine del cosiddetto Cristo della domenica, per far capire che nel giorno del Signore non si dovevano svolgere lavori manuali. Ma in area friulana e slava, come abbiamo visto, persisteva la pratica di sospendere il lavoro da parte dei contadini sin dal sabato mattina o dal mezzogiorno. Siccome nella chiesa di Aquileia si insegnava che Cristo il Sabato Santo era disceso agli inferi, ovvero nel Limbo, per liberare i morti, Adamo e i patriarchi d’Israele; questo annuncio aveva fatto sorgere nei romani della tarda antichità la speranza che i morti prima di Cristo potessero raggiungere la vita eterna, come i morti dopo di Cristo, in forza della Resurrezione. Poiché tutto culminava con la Notte grande del Sabato Santo, la magna nox di Aquileia, quando si battezzavano i nuovi cristiani, tutto il giorno di sabato fu considerato festivo, cambiando in qualche modo il significato del sabato pagano, dedicato appunto alla fine inesorabile di ogni cosa; ma in friulano il maschile dies sabati, divenne la femminile la sabide, o anche Sante Sabide, come anticipazione della Notte Santa, da cui una ventina di edicole e chiesette intitolate a Sante Sabide sparse in tutto il Friuli, apparentemente legate a una santa inesistente; poi dedicate alla Madonna, quando sempre a partire dal IX secolo, si iniziò a diffondere il culto di Santa Maria in sabato.

Nei secoli VIII e IX prese anche piede la pratica di dedicare il sabato alla Madonna, come ha giustamente osservato Villiam Pagnucco, secondo il quale Sante Sabide non ha a che fare con il Sabato ebraico, bensì con la festa della Vergine Maria, cui il sabato era appunto dedicato sin dall’alto medioevo, non solo in Friuli, ma anche in Slovenia e Croazia.

Spiegare perché si sia deciso di dedicare il sabato alla Madonna non è facile, ma esiste certamente un legame tra la Vergine e il Sabato Santo, perché Maria, come ha sempre insegnato la Chiesa, non ha mai dubitato della resurrezione di Cristo, perché sapeva come Cristo era stato da lei concepito per opere dello Spirito Santo.

Roberto Castenetto

Frammento del calendario  prenestin, Museo  Nazionale Romano Palazzo Massimo alle Terme

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