Il culto mariano ad Aquileia

Appunti per una storia della devozione mariana in Friuli

Intervento di Roberto Castenetto a “Radio Voce nel deserto”, Società e cultura, del 7.01.2020

Iniziamo oggi una serie di incontri volti a cercare di delineare una storia della devozione mariana in Friuli. L’argomento, per quanto ristretto all’ambito friulano, è molto vasto, perché si tratta di ripercorrere comunque duemila anni di storia, dalle origini del cristianesimo in Aquileia ad oggi.

Gli studi sino ad ora compiuti sul tema non aiutano molto, perché sono pochi e frammentari. Non esiste insomma una ricerca unitaria sul culto mariano in Friuli. Alcuni anni fa come Centro culturale Augusto Del Noce abbiamo pubblicato una ricerca sull’icona della Madonna del latte in Friuli, ora nel volume di Erika Di Bortolo Mel, Maria lactans. La Madonna del latte in Friuli, 2009. In tale occasione si tentò di tracciare alcune linee storiche della devozione mariana: uscirono così tre brevi saggi di Paola Barigelli Calcari, sui primi secoli cristiani, di Luca Gianni, sul medioevo, e del sottoscritto, sull’età moderna. Partirò dunque da tale traccia di lavoro, per tentare di approfondire la tematica e proporre nuove piste di ricerca. Utilizzerò anche alcuni interessanti articoli di Marianna Cerno, usciti nel Bollettino del Santuario di Madonna delle Grazie di Udine, sul culto mariano nei primi secoli e nell’alto medioevo, oltre a testi e ricerche più specifiche che indicherò di volta in volta.

In quale ambito disciplinare si colloca la nostra conversazione? Potremmo dire che per certi aspetti siamo nel campo di quelle che tradizionalmente viene indicata come “tradizione popolare”, termine che tuttavia risulta alquanto ambiguo, perché di solito viene associato allo studio di residui di forme irrazionali di religiosità che non sono state ancora purificate o a credenze del cosiddetto mondo subalterno, cresciute in alternativa alla cultura delle classi dominanti. Sono esemplari in questo senso due libri: uno dedicato espressamente al culto mariano, Corrado Augias e Marco Vannini, Inchiesta su Maria, Rizzoli 2013 e l’altro, diventato ormai un classico, Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del 500, uscito nel 1976 per Einaudi e ora ripubblicato da Adelphi. Nel primo libro Augias si domanda come mai «ogni anno enormi quantità di persone sentano il bisogno di ricorrere a questo tipo di aiuto (della Vergine n.d.r.). Con parole brutali: che si accontentino di così poco, che basti così poco per restituire un po’ di serenità». Nel secondo libro sappiamo che Menoccio, il mugnaio di Montereale Valcellina, è ritenuto portatore di una antica concezione del mondo, alterativa a quella dominante nella chiesa e nella società del 500.

Allora diremo semplicemente che ci poniamo nel campo della storia, se non della cronaca, nel senso che cercheremo di ricostruire, sulla base della documentazione disponibile, il manifestarsi del culto mariano, che ovviamente ha implicazioni dottrinali e teologiche molto importanti, anche se queste non saranno l’oggetto primo del nostro discorso, ma ha anche implicazioni in campo sociale, culturale e politico. Basti pensare alle forme associative generate nel corso dei secoli dalla devozione mariana (i nostri ospedali sono nati da confraternite mariane e le prime casse rurali di fine Ottocento, nate per dare al popolo denaro a tassi ragionevoli erano spesso dedicate a Maria); il culti mariano ha ispirato gran parte della nostra arte (basta andare a vedere in questi giorni la grande mostra sul Pordenone); ma anche la politica ha visto le immagini mariane entrare anche nelle diatribe ideologiche, come è accaduto nel dopoguerra e accade ancora oggi. Vedremo in questo percorso come nel culto mariano ci sia una dialogo fecondo tra sentire popolare e riflessione teologica, e quindi come venga superata la separazione tra ceti popolari e ceti dirigenti, tra fede popolare e riflessione teologica. Entriamo dunque nel merito del nostro discorso, partendo inevitabilmente dalle origini aquileiesi e concordiesi del cristianesimo ancora presente nelle nostre terre.

Le fonti storiche per conoscere le origini dell’evangelizzazione aquileiese purtroppo sono scarse, ma sappiamo che l’apostolo Paolo diffuse il Vangelo fino all’Illirico, stando attento a portare Cristo nei luoghi «in cui non era stato ancora nominato per non fabbricare sopra fondamenta altrui». Il che significa che altri, e siamo alla metà del primo secolo (57-58 d.C.), avevano predicato in quelle terre, a partire, evidentemente, da Aquileia. Abbiamo poi documentazione certa di vari martiri aquileiesi come Ilario e Taziano; Canzio, Canziano e Canzianilla; Proto; Ermacora e Fortunato; Felice e Fortunato; Crisogono. Pertanto, afferma lo storico Giorgio Fedalto, ad Aquileia e nel suo territorio, «alla fine del III secolo e agli inizi del IV, il cristianesimo era già diffuso e affermato».

Secondo la tradizione il cristianesimo sarebbe stato portato ad Aquileia negli anni quaranta del primo secolo dall’evangelista Marco, inviatovi dall’apostolo Pietro, di cui Marco era discepolo (aveva trascritto la predicazione di Pietro a Roma, formando così il primo vangelo); ritornato a Roma, Marco sarebbe stato inviato ad Alessandria d’Egitto, dove fu martirizzato. Si tratta di una tradizione del tutto verosimile, se pensiamo che Paolo ebbe cura di non sovrapporre la propria evangelizzazione a quella di altri nell’Illirico e quindi presumibilmente a quella di Pietro, attraverso Marco. Non è il caso di affrontare qui la cosiddetta “questione marciana”, ovvero il fondamento storico o meno di detta tradizione, dal momento che lo scopo di questi interventi è quello di riconoscere le prime tracce di devozione mariana ad Aquileia e in Friuli, ma è interessante notare che la basilica di Aquileia, la cui costruzione fu progettata dal vescovo Teodoro (308-319) nel 313, in un’area costituita da magazzini portuali, è orientata sul punto in cui il sole sorge il giorno della festa di San Marco, ovvero il 25 aprile, come mi ha fatto notare Angelo Crosato, che da anni studia l’orientazione delle chiese del Friuli.

Dal punto di vista teologico colpisce nella chiesa aquileiese delle origini la sottolineatura della resurrezione di Cristo e della speranza che, come dice Rufino, nato a Concordia nel 345 circa, nel suo commento al credo di Aquileia, anche noi risorgeremo «nella medesima condizione, nel medesimo modo, nel medesimo aspetto col quale il Signore è risorto dai morti …. per riprendere questo nostro corpo, nel quale ora viviamo e moriamo». Questa verità della resurrezione dei corpi è ben rappresentata nel grande mosaico teodoriano della basilica di Aquileia, in particolare nella famosa scena riguardante il profeta Giona.

Ci domandiamo ora se nella comunità cristiana aquileiese dei primi quattro secoli siano rilevabili tracce di devozione mariana. Anche in questo caso purtroppo scarseggiano le fonti storiche. Certamente il cristianesimo aquileiese ebbe rapporti intensi oltre che con Roma anche con Alessandria d’Egitto, dove il patriarca Teona (280-300), alla fine del III secolo, fece costruire la prima chiesa in onore della Madre di Dio, preceduta solo dalla casa della Vergine di Nazareth. Abbiamo visto che agli inizi del IV secolo sorse il primo nucleo della basilica di Aquileia, grazie al vescovo Teodoro. Secondo un manoscritto del IX secolo, essa sarebbe stata dedicata alla Madonna. Se si potesse dimostrare ciò ci troveremmo di fronte al più antico caso dell’occidente cristiano, addirittura precedente alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma, voluta da papa Sisto III (432-440) dopo il Concilio di Efeso (431) in cui si proclamò il dogma della theotòkos, ovvero di Maria madre di Dio. Abbiamo detto prima dell’orientazione della chiesa di Aquileia. A questo proposito è interessante notare che nello stesso punto dell’orizzonte in cui sorge il sole il giorno di San Marco, cade la festa dell’Assunzione della Vergine, ovvero il 15 agosto. Pertanto la Basilica risulta orientata sia sul giorno di San Marco, sia sul giorno dell’Assunta. Se ci chiediamo quando siano state istituite tali festività non troviamo risposte certe, perché nel più antico martirologio conosciuto, risalente alla metà del IV secolo, le due festività non compaiono.

Pianta della Basilica di Aquileia

Orientazione della Basilica di Aquileia (elaborazione di Angelo Crosato)

Ha scritto Marianna Cerno in un articolo comparso sul Bollettino del Santuario delle Grazie di Udine che «certamente la solennità dell’Assunzione di Maria è una tra le feste più antiche e sentite dalla comunità cristiana. Ha un’origine orientale e viene celebrata in Occidente dal tardo VII secolo. …. A Bisanzio, l’imperatore Maurizio la istituì ufficialmente alla fine del VI secolo, quando era già ampiamente attestata nei territori di Costantinopoli. In alternativa alla definizione di Adsumptio, la solennità che ricorda l’ascesa in cielo di Maria veniva chiamata anche Dormitio, una definizione che, tratta dal corrispondente greco Koímesis, richiama in modo implicito l’idea di una morte non comune della Vergine attraverso la metafora del sonno. …. La prima voce in ambito patristico sulla Dormitio di Maria è quella del greco Epifanio (in un discorso dell’anno 377)»; mentre …. «la prima dichiarazione esplicita sull’Assunzione di Maria in Occidente si deve a Gregorio di Tours, vescovo gallo-romano vissuto nel VI secolo, che con la naturalezza e la schiettezza quasi fanciullesche che caratterizzano ogni sua opera parla dell’assunzione differita dell’anima e del corpo di Maria:

 “Quindi una volta che la beata Maria aveva compiuto il corso di questa vita, quando ormai veniva chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli si riunirono a casa di lei, giungendo dalle diverse regioni. E avendo udito che stava per essere assunta dal mondo, vegliavano insieme a lei; ed ecco giunse il Signore Gesù con i suoi angeli, e, accogliendola, prese la sua anima l’angelo Michele e se ne andò. Alla sera gli apostoli adagiarono il suo corpo su un lettino e lo posero in un monumento per custodirlo, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco, di nuovo il Signore stava in mezzo a loro, e preso il corpo santo ordinò che fosse portato in paradiso su una nuvola, dove ora, ritrovata l’anima, esultando con i suoi eletti gode dei beni senza fine dell’eternità”. (Greg. Turon., Glor. Mart. I 4) ».

Prima di procedere però sarà utile precisare alcune realtà del culto mariano nei primi secoli cristiani, che ci fanno capire come il vicino Oriente sia la culla di tale culto.

Il primo documento che attesta una devozione mariana è la benedizione di Maria da parte di Elisabetta riportata nel Vangelo di Luca («Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno», Lc, 1,42); tale espressione, oltre a essere un documento su quanto è accaduto durante il commovente incontro tra Maria ed Elisabetta, testimonia l’esistenza di una comunità di fedeli in Palestina che benedicono la Madonna e il frutto del suo seno.

Si deve invece l’introduzione del termine theotókos, Madre di Dio, che sarà sancito dal Concilio di Efeso nel 431, all teologo di Alessandria d’Egitto Origene, vissuto tra dal 185 al 284.

La prima testimonianza materiale di culto mariano sarebbero alcune statuette votive rinvenute nella località di Abu Mena, a sud di Alessandria d’Egitto, risalenti al IV o V secolo d.C., che rappresentano Maria in gravidanza e che erano offerte dalle donne per invocare la protezione della Vergine durante il parto. Questa devozione naturalmente si contrapponeva all’eresia gnostica docetista che negava una reale natura umana di Cristo. A testimonianza di ciò sta anche il Protovangelo di Giacomo, che risale al II secolo ed è la fonte principale per l’arte paleocristiana, nel quale si dice che quando la levatrice ebrea giunse al luogo della nascita di Gesù a Belemme «apparve una grande luce nella grotta, tanto che i nostri occhi non la potevano sopportare. Ma a poco a poco quella luce si attenuò, finché non apparve il bambino e andò a prendere la poppa di sua madre Maria» (XIX, 2).

Un discorso analogo si deve fare riguardo alle prime rappresentazioni pittoriche della Vergine. Nella lunga e complessa storia dell’iconografia mariana si possono individuare due tipi che si sviluppano sin dai primi secoli cristiani. Uno di essi è l’immagine di Maria che allatta Gesù. Un altro modello iconografico si ritrova a Costantinopoli, ed è quello di Maria Domene (orante), con il Bambino davanti a sé, detta anche Blachernitissa, perché presente nella chiesa delle Blacherne, costruita nel V secolo. In epoca post-bizantiniana tale icona fu denominata in russo Znamenie («Segno») e Platytera tou ouranou («più ampio del cielo»). Tale immagine assunse una particolare importanza per la capitale dell’Impero romano d’Oriente perché, assieme alla reliquia del velo della Vergine, protesse la città dagli assedi degli Avari (626), degli Slavi (674), degli degli Arabi (717) e dei Bulgari (813).

Se pertanto le più antiche rappresentazioni della Vergine Maria provengono dall’Oriente, è importante quanto osserva mons. Gugliemo Biasutti (1904-1985), uno dei maggiori studiosi delle origini del cristianesimo aquileiese. Secondo Biasutti, la celebre preghiera mariana, nata durante le persecuzioni dei cristiani copti, mentre a Roma regnavano gli imperatori Settimio Severo (193-211) e Decio (249-251), Sub tuum praesidium, sarebbe entrata nella liturgia di Aquileia sin dagli inizi del IV secolo: Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei Genitrix, nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus nostris, sed a periculis cuntis libera nos semper Virgo gloriosa e benedica; «noi ci rifugiamo sotto la tua protezione, o Santa Madre di Dio; non disdegnare le nostre suppliche nelle necessità; ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e benedetta».

La figura di Maria è significativamente presente nella predicazione di Cromazio, che guidò la chiesa di Aquileia dal 388 al 408, in un tempo di relativa pace, dopo la crisi dell’eresia ariana e poco prima dell’arrivo dei Goti, che dopo aver devastato Aquileia, saccheggiarono addirittura Roma nel 410. Per Cromazio Maria è la «nuova Eva». L’uomo attraverso Maria risorge, mentre a causa di Eva era caduto: «Osserva anche qui il mistero: – dice il vescovo aquileiese – osserva che si restituisce al mondo la salvezza nello stesso modo in cui un tempo si era introdotta la rovina. Adamo è plasmato da una terra ancora vergine: il Figlio di Dio nasce dalla Vergine Maria. Là una vergine concepì la morte: qui una vergine generò la vita». (trattato 2). In una delle espressioni più famose della predicazione di Cromazio, Maria viene definita evangelica Virgo Dei capax, «la Vergine evangelica capace di accogliere in sé Dio» (trattato 3). Egli usa alcune metafore per sottolineare la verginità di Maria: ad esempio Maria viene prefigurata nel bastone di Aronne di Numeri 17, che «germoglia e dà un frutto soavissimo senza l’umore della terra» (trattato 2). Maria viene anche definita «pecora immacolata e inviolata» (sermone 23). Per Cromazio Maria rappresenta anche la chiesa: : «la chiesa non può essere definita tale se non è presente Maria, la madre del Signore» (sermone 30); «la chiesa di Cristo [è] dove abita Maria», «[la chiesa di Cristo] è la casa della madre del Signore» (sermone 29) (Trad. Marianna Cerno).

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