Contributi per il centenario di Pier Paolo Pasolini

Convegno_Grigoletti_su_Pasolini_giovani

Nel presente libretto sono trascritte le relazioni del convegno svoltosi nel dicembre 2008, nell’Auditorium del Liceo Scientifico “Michelangelo Grigoletti” di Pordenone, sul tema “La nuova gioventù. I giovani nella poesia friulana di Pier Paolo Pasolini”, in cui si è cercato di mettere a fuoco da un parte la passione pedagogica di Pasolini, testimoniata da sette anni di insegnamento in Friuli, dal 1942 al 1949, dall’altra la sua visione dei giovani, tema centrale di tutta la sua opera artistica.

Le relazioni sono del poeta e scrittore Ovidio Colussi, cofondatore con Pasolini dell’Academiuta di lenga furlana, ovvero dell’originale esperienza educativa e poetica nata a Casarsa nel 1945, e Silvio Ornella, insegnante e poeta da tempo affermatosi nel panorama degli autori in lingua friulana.

Colussi è uno degli ultimi testimoni viventi della passione educativa di Pasolini, il quale fa dire a uno dei suoi personaggi autobiografici, nel racconto Romans, che «può educare solo chi sa cosa significa amare, chi tiene sempre presente la Divinità». A lui è toccato il compito di rievocare gli anni dell’Academiuta e di far capire quale rapporto avesse Pasolini con i giovani di Casarsa.

Silvio Ornella invece ha ripercorso l’immagine dei giovani nella poesia friulana della Nuova gioventù, dalle prime poesie degli anni quaranta alle ultime degli anni settanta, quando Pasolini denuncia il mutamento antropologico subito dai ragazzi e invita ogni giovane a “no essi borghèis, ma un sant/o un soldàt: un sant sensa ignoransa,/ un soldàt sensa violensa”.

Agli organizzatori è sembrato che il tema del convegno risultasse particolarmente attuale in un momento come questo di emergenza educativa, in cui c’è bisogno di attingere a modelli validi in campo formativo, come è nel caso di Pasolini, in cui, sia pur assieme a un obiettivo disordine morale, del resto mai esibito od ostentato, c’è una coscienza religiosa e civile che ha ancora molto da insegnare.

«Se qualcuno ti ha educato non può averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare», ha scritto Pasolini nel racconto pedagogico Gennariello, pubblicato sul Mondo nel 1975 ed ora riproposto in Lettere luterane. Si tratta, come si può ben capire, del fondamento di ogni rapporto autenticamente educativo, come già scriveva Ignazio di Antiochia: «Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è».

Ma sempre in Gennariello Pasolini pone uno dei problemi più gravi comparso negli ultimi decenni nel rapporto tra le generazioni. «Ora io non posso insegnare a te le “cose” che mi hanno educato, e tu non puoi insegnare a me le “cose” che ti stanno educando», dice il maestro cinquantenne all’allievo quindicenne. Il superamento di tale frattura è ancor oggi il problema che giovani ed adulti hanno di fronte. E se non si può dire che Pasolini abbia trovato la strada per risolverlo, ‘è senz’altro vero che nessuno come lui ha saputo esprimere la drammaticità della sfida.

Centro culturale “Augusto Del Noce”

 

I fratelli Pasolini e l’eccidio di Porzùs

Roberto Castenetto

Il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini ha riproposto inevitabilmente anche la questione del rapporto tra lo scrittore e il fratello minore Guido, uno dei martiri dell’eccidio di Porzùs e di Bosco Romagno, nel febbraio del 1945. Si tratta, come è noto, di una ferita ancora aperta, nonostante siano passati ben settantasette anni da allora e nonostante ci siano stati parziali riconoscimenti di responsabilità e tentativi di riconciliazione tra alcuni dei protagonisti, nel frattempo scomparsi.

Recentemente lo storico Ernesto Galli della Loggia, in un intervento a Udine, per il 75° anniversario della fondazione dell’Associazione Osoppo, ha sintetizzato efficacemente la questione: «Il 24 settembre 1944, Vincenzo Bianco, un dirigente del PCI del Nord Italia, ordina alle Federazioni del PCI di Udine e Trieste di porre le formazioni partigiane garibaldine agli ordini del IX Corpus dell’esercito Jugoslavo. L’ordine viene eseguito e la brigata comunista Garibaldi-Natisone passa sotto il comando straniero. Il 19 ottobre arriva il crisma definitivo dal livello più alto, ovvero dalla direzione del PCI, attraverso un comunicato di Togliatti “Noi consideriamo come un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, la occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito. Questo vuol dire che i comunisti devono prendere posizione contro tutti quagli elementi che agiscono in favore dell’imperialismo e del nazionalismo italiano (ovvero i partigiani della Osppo n.d,r) e di tutti coloro che contribuiscono a creare discordia tra i due popoli (italiano e jugoslavo n-d.r.)”».

In conseguenza di ciò, nel novembre il PCI esce dal CLN del Friuli Venezia Giulia e il 7 febbraio del 1945 un centinaio di garibaldini, su ordine della Federazione del PCI udinese, si recano alle malghe di Porzùs per trucidare 18 partigiani della Osoppo lì stanziati e in particolare i comandanti Gastone Valente (Enea) e Francesco De Gregori (Bolla): tra i caduti c’è anche il giovanissimo Guido Pasolini, trucidato dopo alcuni giorni a Bosco Romagno. Quale era la colpa degli osovani di Porzùs, se non quella di essersi rifiutati di andarsene dal confine orientale, dove il IX corpus jugoslavo voleva avere mano libera in vista dell’annessione alla Jugoslavia non solo della “slavia friulana”, di Gorizia e Trieste, ma probabilmente anche dell’intero Friuli, fino al Livenza? Qualcuno ha contestato questa spiegazione affermando che un pugno di osovani non potevano certamente costituire un problema e che pertanto l’azione sarebbe stata sproporzionata rispetto al fine. Ma non si tiene conto dell’irrazionale meccanismo innescato da una concezione gerarchica della società, ben espressa dal comunista Mario Toffanin (Giacca), il comandante dei Gap (Gruppi di azione patriottica) responsabile finale dell’eccidio: “Franco (Ostelio Modesti, segretario del PCI udinese n.d,r.) e Ultra (Alfio Tambosso, vicesegretario n.d.r.) gera i miei comandanti. Mi gavevo da ubidir loro due sempre, per tutte le cose importanti. Ma gero anche autonomo per certe robe. De tanto in tanto se copava do-tre fassisti qua, dodo-tre fassisti là” (citato in Gianfranco Nosella, Per non dimenticare, Campanotto editore, 2019).

Si è anche detto che in realtà Giacca e gli altri furono usati dai Servizi segreti alleati per screditare la resistenza comunista in vista dei futuri assetti politico-sociali dell’Europa dopo la guerra. Tesi questa riproposta in un voluminoso libro di Giovanni Giovannetti, Malastoria, uscito nel 2020, in cui si indaga sugli intrecci tra l’organizzazione Gladio, sorta per contrastare un’eventuale invasione comunista in Italia, le stragi del dopoguerra e le riflessioni di Pasolini nel romanzo incompiuto Petrolio. Ma se anche così fosse, sarebbe comunque implicata l’intera catena di comando sopra ricordata, strumentale a sua volta all’invasione jugoslava e all’instaurazione del socialismo in Italia.

La Osoppo era nata, alla Vigilia di Natale del 1943, per la librazione della nazione dagli invasori nazisti e per sano sentimento patriottico, con l’appoggio di buona parte del clero friulano, che si era trovato a svolgere un’azione di supplenza dopo il crollo dello Stato fascista, in nome dell’atavico legame tra preti e comunità contadine di villaggio. Un contributo fondamentale era venuto poi da vari ufficiali del regio esercito, che si trovavano nei Balcani l’8 settembre 1943 e che costituirono buona parte dei quadri della formazione partigiana.

Il diciottenne Guido Pasolini aveva aderito alla Osoppo subito dopo il diploma conseguito al Liceo Scientifico Michelangelo Grigoletti di Pordenone, nel maggio del 1944. Nei mesi precedenti era stato protagonista di varie azioni contro gli occupanti nazisti e contro i fascisti a loro subalterni: spericolate azioni di sabotaggio dei presidi militari e scritte sui muri di Casarsa. Qualcuno dice che partì per la montagna non solo per evitare di essere arruolato tra i militari della Repubblica di Salò, anche per distogliere i sospetti nei confronti del fratello Pier Paolo, già oggetto di attenzioni da parte degli occupanti. Naturalmente l’anno che trascorse dal maggio 1944 al maggio 1945, quando si seppe della morte di Guido, fu di grande preoccupazione per la famiglia Pasolini: la madre Susanna Colussi, casarsese, Pier Paolo, e naturalmente il padre, il bolognese Carlo Alberto, ex ufficiale del Regio esercito, allora prigioniero di guerra in Kenia. La sofferenza si acuì quando ebbero le prime notizie su Porzùs, dopo varie settimane, senza però notizie precise sulla sorte di Guido, che fu conosciuta solo ai primi di maggio, con un ritardo inspiegabile.

In questi ultimi mesi, lo storico Andrea Zannini, dell’Università di Udine, facendo eco ad altri studiosi come Rienzo Pellegrini e prima di lui Giuseppe Zigaina, ha avanzato la tesi che il testo teatrale in friulano, I Turcs tal Friûl, abbia a che fare proprio con il sacrificio di Guido. Mai pubblicato da Pasolini, l’atto unico fu stampato dopo la morte dello scrittore, dai coniugi Ciceri, che dissero di avere avuto la sua autorizzazione nell’estate del 1974 o anche prima. Ma quando fu scritto il testo? Secondo la data presente in una delle redazioni, nel maggio del 1944. Ma Andrea Zannini sostiene che in realtà esso risalga al maggio del 1945 e che pertanto si tratti di una tragica riflessione di Pier Paolo sulla morte di Guido. Pertanto il protagonista del dramma, Meni, sacrificatosi per difendere il paese di Casarsa dalla scorreria bosniaca del 1499, non sarebbe altri che Guido, sacrificatosi per difendere il Friuli dal tentativo di annessione jugoslava del 1945.

Naturalmente questa tesi, che ribalta quella tradizionale secondo la quale i Turcs sarebbero stati gli invasori tedeschi, ha suscitato reazioni stizzite, che pur non essendosi manifestate pubblicamente, erano percepibili nel convegno nazionale di chiusura del centenario pasoliniano tenutosi a Casarsa il 4/5 novembre scorsi. Qui però bisognerebbe aprire una lunga parentesi sulla cultura italiana, ancora fortemente condizionata dall’egemonia culturale marxista del dopoguerra, oggi diventata relativista e nichilista. Come conciliare infatti un Pasolini antislavo nel 1945 con la sua successiva professione di fede comunista, paradossalmente mantenutasi anche dopo la sua cacciata dal PCI in seguito ai fatti di Ramuscello dell’ottobre 1949, quando lo scrittore fu denunciato per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico? Non sarebbe dunque concepibile in certi ambienti un testo antislavo e ultimamente anticomunista da parte di un intellettuale dichiaratamente di sinistra, nonostante le sue numerose prese di posizione al di fuori dall’obbedienza di partito. Basti pensare solo al fatto che nel 1968 una delegazione del PCI andò a Belgrado per consegnare al maresciallo Tito una pergamena in cui lo si ringraziava per la lotta di liberazione, che pur aveva comportato migliaia di infoibamenti di italiani in Istria e sul confine orientale, nonché lo stesso eccidio di Porzùs. Sorge il sospetto che la stessa cacciata di Pasolini dal PCI friulano non fosse dovuta tanto allo scandalo sessuale, come si è sempre detto, per un residuo di moralismo presente in un PCI non ancora dissoltasi nel radicalismo di massa predetto da Augusto Del Noce, quanto piuttosto dalla volontà di dare una lezione a un intellettuale che stava parecchie spanne sopra la dirigenza comunista dell’epoca e che avrebbe potuto costituire un grosso problema in un’area ancora calda del Paese quale era quella friulana e giuliana Come spiegare altrimenti la durezza con cui l’Unità accusa il poeta di “degenerazione borghese”, attraverso la penna di Ferdinando Mautino, che guarda caso fu capo di stato maggiore della Garibaldi-Natisone? Ma su questo bisognerà ricercare e riflettere ancora.

Eventi, n. 3, dicembre 2022

 

Pasolini, Giussani e il fascismo

Roberto Castenetto

Nell’anno che sta per chiudersi ci sono stati tre centenari che apparentemente non hanno legami tra loro: l’anniversario della nascita del fascismo e di due protagonisti della seconda metà del Novecento, ancora oggi presenti con la loro opera rispettivamente letteraria ed educativa: Pier Paolo Pasolini e Luigi Giussani.

In un recente intervento a Udine, il poeta e scrittore Davide Rondoni ha affermato che “entrambi a un certo punto della loro vita si sono resi conto che l’Italia stava cambiando, che era in atto una mutazione antropologica, dovuta anche allo sviluppo economico degli anni Cinquanta e Sessanta”. Ma non era solo un mutamento sociale: “stava cambiando qualcosa nel profondo”. Che cosa stava cambiando? “Entrambi si erano accorti che stava cambiando il rapporto con la realtà”. A conferma di ciò c’è una lettera scritta al poeta Carlo Betocchi, dell’ottobre del 1954, in cui Pasolini chiede che cosa sia la realtà; nello stesso anno Luigi Giussani inizia il suo insegnamento di religione al Liceo Berchet di Milano, proprio con la questione del realismo. La centralità della questione è riproposta anche da Mario Luzi, il quale scrive che la poesia del Novecento “eleva a oggetto proprio la crisi del suo oggetto (…) la crisi della realtà, cioè. La realtà come cosa data, come dato di partenza, non regge alla crisi (…) Il problema di ristabilire un rapporto autentico tra la parola e la cosa, che è sempre stato il problema dei problemi di ogni poeta, a questo punto si aggravava per la radicalità dell’aut aut. Che cosa era reale in mezzo a tante appariscenze e a tanti residui di cosiddetta realtà? La realtà del realismo o neo-realismo, per esempio, ha tutta l’apparenza del reale, ma non tocca l’attualità reale dello stato d’animo». (M. Luzi, Discorso sulla poesia del Novecento, in “Il Pensiero. Rivista di filosofia”, 1997/1).

Che cosa c’entra il fascismo con tutto ciò? Se non ci si limita ad una analisi sociologica del fascismo, come reazione borghese alle conquiste della classe operaia, ma si vanno a ricercare le sue radici teoriche nel pensiero del suo filosofo, Giovanni Gentile, leggiamo, che “se la realtà, tutta la realtà è un nostro presupposto, noi restiamo esclusi da tutta la realtà, che ci sarà senza che ci siamo noi” (Giovanni Gentile, Opere, XXXVII); da qui uno degli assunti dell’ideologia fascista, ovvero “la scomparsa di ogni datità”; ma, come scrive Augusto Del Noce, “eliminata ogni realtà presupposta resta l’Io, unico, assoluto, infinito, universale” (A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, 1990). Naturalmente questo “Io, unico, assoluto, infinito, universale”, teorizzato da Gentile, è il potere, per cui Mussolini poteva dire che lui era la nazione e la nazione si identificava con lui.

Come sappiamo tutto questo è finito: è finita la filosofia di Gentile, che nessuno studia più, ed è finito il fascismo. Ma rimane il problema del rapporto con la realtà, che se non è impostato bene ci lascia in balia del potere. Basti pensare al fatto che oggi il rapporto con la realtà è sempre più “mediato” dal mondo digitale, costituita soprattutto da immagini. Non a caso Pasolini, negli ultimi anni della sua vita, ha scritto di un nuovo fascismo, molto più pervasivo di quello del ventennio, da lui chiamato in un famoso articolo Il potere senza volto: “Conosco anche – perché le vedo e le vivo – alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto”; per esempio, puntualizza, “la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo ‘Sviluppo’: produrre e consumare” (P.P. Pasolini, Scritti corsari, 1975). Soprattutto, secondo Pasolini, il fine del nuovo potere è “l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”.

Giussani sentiva Pasolini particolarmente interessante giudicandolo addirittura “l’unico intellettuale cattolico”. Si rammaricò di non averlo incontrato un giorno in aeroporto, perché distratto da un amico. La mattina del 3 novembre 1975, quando lesse sul Corriere della Sera, dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini, aveva sul tavolo una lettera per lui, non ancora completata.

Luigi Giussani ha sempre insegnato che l’educazione è introduzione alla realtà e che la realtà non viene mai affermata se non viene affermato il suo significato totale. Secondo Giussani Pasolini aveva succhiato dal seno di sua madre questo significato, presente nella tradizione dei contadini di Casarsa, ma poi aveva preso un’altra strada, scegliendo amici che negavano l’esistenza della verità. “Ma lentamente nella sua vita si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità e sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto a un gesto della nostra comunità, soprattutto a certi momenti, Pasolini avrebbe pianto” (A. Savorana, Vita di Don Giussani, Milano 2013).

Eventi, n. 3, dicembre 2022