“Astro incarnato nell’umane tenebre”. Maria lactans e le immagini eucaristiche mariane

Quaderno 7 (1)

Astro incarnato nell’umane tenebre” è il titolo di una mostra sull’iconografia eucaristica mariana, tratto dalla celebre poesia “Mio fiume anche tu”, scritta nel 1943 da Giuseppe Ungaretti, testo fondamentale della raccolta Il dolore. Il verso ungarettiano esprime molto bene la natura del Cristianesimo, il quale è un Avvenimento che rischiara le tenebre del mondo. Una sezione della mostra è dedicata a “Maria lactans. La Madonna del latte in Friuli”, che riporta alle origini dell’iconografia mariana, la quale si sviluppa nel primi secoli cristiani, soprattutto in Oriente, e ha in Friuli notevole diffusione e grande popolarità.

Il percorso iconografico, curato da Roberto Castenetto ed Erika Di Bortolo Mel, è stato promosso dal Centro culturale “Augusto del Noce”, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, nonché la collaborazione della Biblioteca civica di Cordovado e del Museo Diocesano di Arte Sacra; l’esposizione, visitabile nelle Sale di Palazzo Cecchini di Cordovado, dal 1 0ttobre al 5 novembre 2017, è un’occasione per riscoprire una lunga storia di simboli e immagini, che sono parte integrante della nostra cultura, e che hanno ancora molto da dire agli uomini del nostro tempo, alla ricerca di identità e appartenenze vere, capaci di generare persone aperte e creative.

I temi della mostra sono approfonditi in un libretto-catalogo della collana Quaderni del Centro culturale “Augusto Del Noce”, in cui compaiono contributi di Agostino Molteni, Erika Di Bortolo Mel, Roberto Castenetto, Villiam Pagnucco e Matteo Candido.

SCHEDA MOSTRA

«Exiet virga de radice Iesse et flos de radice eius ascendet»; «Un germoglio uscirà dal tronco di Iesse e un virgulto spunterà dalle sue radici» (Isaia, 11, 1). Commentando questo passo del profeta Isaia, il vescovo Cromazio di Aquileia (335-408) afferma: «Il virgulto della radice di Iesse sta ad indicare la Vergine Maria, che attraverso David, trae origine dalla stirpe di Iesse. […] Da Maria è spuntato il fiore della carne umana, cioè il Cristo» (Trattato 2, 148).

La coscienza dello stretto rapporto tra Maria e Cristo è dunque ben presente sin dai primi secoli cristiani ad Aquileia, secondo un’antichissima tradizione evangelizzata da San Marco. Se la tradizione marciana non ha trovato finora conferme storiche, è certo che la comunità cristiana di Aquileia ebbe rapporti intensi con Alessandria d’Egitto, dove fu martirizzato San Marco e dove il patriarca Teona (280-300) fece costruire la prima chiesa in onore della Theométor (Madre di Dio), preceduta solo dalla casa della Vergine di Nazareth, costruita dai giudeo-cristiani già nel III secolo. Agli inizi del IV secolo sorse il primo nucleo della basilica di Aquileia, grazie al vescovo Teodoro (308-319), la quale, come afferma un manoscritto del IX secolo, sarebbe stata dedicata alla Madonna. Se si potesse dimostrare ciò ci troveremmo di fronte al più antico caso dell’Occidente cristiano, addirittura precedente alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma, voluta da papa Sisto III (432-440) dopo il Concilio di Efeso (431), che dichiarò Maria Theotokos, Madre di Dio, o, secondo la stupenda espressione dei Cromazio, precedente di alcuni decenni, «virgo Dei capax» (Sermone 30).

Un contributo importante alla diffusione del culto della Vergine fu dato dagli imperatori d’Oriente, a partire dal V secolo, quando fu edificata la chiesa delle Blacherne a Costantinopoli, preceduta da una chiesa primitiva all’interno del palazzo di Costantino. Giustiniano (482-527) fissò il 25 marzo per la celebrazione pubblica dell’Annunciazione; istituì le feste della natività di Maria (8 settembre) e dell’Entrata al Tempio (21 novembre). Secondo la tradizione l’imperatore Maurizio (582-602) stabilì la festa della Koimesis, o Dormizione, della Theotokos, il 15 agosto nella chiesa delle Blacherne.

Prima la reliquia della veste della Vergine e poi le icone delle Blacherne, secondo la tradizione, protessero Costantinopoli dagli assedi degli Avari, degli Slavi, dei Bulgari e degli Arabi. Tra queste immagini si affermò quella di Maria domene (orante) con un medaglione di Cristo davanti a sé, detta anche Blachernitissa o Panagiotissa («Tutta Santa»). In epoca post-bizantiniana tale icona fu denominata in russo Znamenie («Segno») e Platytera tou ouranou («più ampio del cielo»).

Se questa è la tradizione più antica, l’immagine del volto di Cristo sul petto della Vergine assume un chiaro significato eucaristico dopo il miracolo di Bolsena del 1264 e la promulgazione, da parte di papa Urbano IV, della bolla Transiturus de hoc mundo, che istituiva la festa del Corpus Domini. Pochi decenni prima, la devozione per il Corpo di Cristo aveva avuto grande espressione nelle Fiandrea e in particolare a Liegi, nel 1246, grazie a un movimento eucaristico suscitato dalle beghine, donne pie che conducevano una vita associativa anche se senza voti religiosi, tra le quali vanno ricordate Santa Giuliana y Mont-Cornillon ed Eva di Saint-Martin. Papa Urbano, che aveva conosciuto l’esperienza fiamminga, decise appunto di estendere la festa a tutta la cristianità, dopo nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena un sacerdote boemo, in pellegrinaggio verso Roma per vincere i propri dubbi sul sacramento, vide macchiarsi di sangue la particola durante la celebrazione della messa, come narra una cronaca del tempo: «Detto anno in la Chiesa di Santa Christina di Bolsena apparvi il miraculo del Corpus Domini et portato in Orvieto per il vescovo de la ciptà con solenne cirimonia posato in Sancta Maria Prisca, come al presente si vede». Il papa incaricò subito San Tommaso d’Aquino di scrivere i testi liturgici del Corpus Domini, che nel 1317 divenne festività per la Chiesa universale. Probabilmente su impulso di Urbano IV si sviluppò anche la simbologia del sole eucaristico, come testimoniato da un affresco trecentesco della chiesa di San Flaviano di Montefiascone e dal ciborio in pietra, che culmina con il volto del Redentore, antica testimonianza della nuova forma di custodia del Santissimo, esposto alla vista dei fedeli per l’adorazione.

In area veneto-friulana, l’allegoria del sole si ritrova in alcune raffigurazioni trecentesche della Madonna del latte e dell’umiltà. Anche in questi casi è evidente il riferimento al sacrificio eucaristico, ravvisabile nel fermaglio che chiude il manto della Vergine. Uno dei primi esempi è costituito da un affresco della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Pordenone, che si può datare alla prima metà del Trecento e quindi al periodo in cui si diffonde la festa del Corpus Domini. Nell’affresco il Bambino si specchia in un vistoso fermaglio che chiude il manto della Madonna, dal quale si dipartono i raggi solari.

Ritroviamo la tipologia del Cristo nel medaglione nell’artista che ha introdotto in Veneto il tema della Madonna dell’umiltà, ovvero Lorenzo Veneziano, di cui si hanno notizie dal 1353 al 1379 e che può essere considerato «il pittore più importante del panorama pittorico lagunare della seconda metà del Trecento». Colpisce in particolare la Madonna dell’Umiltà di Santa Maria Maggiore di Trieste, per il grande sole che splende su petto della Madre di Dio. Da esso si dipartono numerosi raggi, come del resto da tutta la figura della Vergine, coronata da una serie di Angeli. Una variante significativa di tale icona si ha in Paolo Veneziano, che dipinge una Madonna con Bambino, conservata nella chiesa di San Pantalon a Venezia. In questo caso al posto del medaglione che chiude la veste della Vergine c’è una papavero, che prefigura il sacrificio di Cristo sulla croce.

Il sole raggiante sul petto della Madonna ebbe grande diffusione in Centro Italia e a Roma, dove diventò la moderna raffigurazione dell’Immacolata, come nel caso della Madonna del Sole di Belvedere Ostrense, opera di Andrea di Bartolo da Jesi. Furono i predicatori del XV secolo a diffondere tale icona, in particola San Bernardino da Siena (1380-1444), il quale nel Sermo in Nativitate Dominae, in Conceptione et in aliis festis, paragona la Vergine Maria al sole che sorge e poi splende a mezzogiorno.

San Bernardino utilizzò il simbolo del sole anche per indicare l’eucarestia, probabilmente influenzato in questo da Caterina da Siena, che attribuisce a Dio le seguenti parole: «sia ministrato el sangue de l’umile e immaculato Agnello unigenito mio Figliuolo. A costoro ho dato a ministrare il Sole, dando lo’ el lume della scienzia e il caldo della divina carità e il colore unito col caldo e col lume, cioè il Sangue e il Corpo del mio Figliuolo. El quale Corpo è uno sole, perché è una cosa con meco, vero Sole. E tanto è unito, che l’uno non si può separare da l’altro né tagliare, se non come il sole, che non si può dividere né il calo suo da la luce né la luce dal suo colore, per la sua perfeczione de l’unione».

A partire dal XVIII secolo si diffusero nella Chiesa gli ostensori raggiati, in cui confluì probabilmente la simbologia del sole eucaristico. Ne è un bell’esempio l’ostensorio in cui sono conservate le reliquie del più antico miracolo eucaristico, quello di Lanciano (Chieti), risalente al 750 circa. In quel caso, come a Bolsena, mentre un sacerdote bizantino celebrava la messa dubitando della presenza reale di Cristo nel sacramento, l’ostia divenne carne e il vino sangue.

Questa potrebbe sembrare una realtà simbolica che appartiene inesorabilmente al passato, ma non è così se si osserva quanto accaduto in Portogallo cento anni fa. A Fatima l’Eucaristia racchiude tutte le apparizioni della Madonna. Queste infatti sono precedute nel 1916 dalle apparizioni dell’Angelo della Pace che dona l’eucaristia nella specie del corpo di Cristo a Lucia e del sangue di Cristo a Giacinta Marto, insegnando loro una preghiera di adorazione eucaristica e riparazione dei peccati degli uomini, in particolare l’indifferenza al Santissimo Sacramento.

Il miracolo del sole del 13 ottobre 1917 fa da riferimento simbolico all’Eucaristia e da centro dell’inclusione. Il sole che rotea e sembra cadere sulla gente, asciugandola dalla pioggia e poi ritirandosi, può essere inteso come il segno del sacrificio di Cristo che si carica dei peccati degli uomini e li risparmia dalla perdizione.

Le apparizioni della Madonna di Fatima continuano il 10 dicembre del 1925, nel convento di Santa Dorotea di Pontevedra in Spagna, ove Lucia riceve il compito di diffondere la devozione dei Primi Cinque Sabati del mese, consistenti nella confessione e comunione riparatrice dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria e nella recita del Santo Rosario. Questa compito fu confermato dall’apparizione del 13 giungo del 1929 nel convento di Tuy, in Spagna; in una visione durante l’adorazione notturna Lucia vide il sacrificio eucaristico come vissuto dalla Santissima Trinità e come partecipato dal cuore Immacolato di Maria.

Ritornare a riprendere la lezione iconografica che vincola l’Eucaristia a Maria lactans è conditio sine qua non di una fede sana (san Paolo a Tito, 1, 13: ut sani sint in fide). Non per niente san Giovanni Bosco faceva pregare così i suoi ragazzi: «Potentissima Regina Maria, che sola trionfaste delle molteplici eresie che cercavano strappare tanti figliuoli dal seno della nostra Madre Chiesa, aiutatemi, vi prego, a mantenere salda la mia fede e puro il mio cuore in mezzo a tante insidie e al veleno i sì perverse dottrine». È per aver rimosso il pensiero di Cristo, che i cristiani non solo non comprendono Maria e l’Eucaristia, ma Gesù stesso, cadendo in una fede incapace di diventare cultura, carità e missione.

Bibliografia

Thomas F. Mathews, Alle origini delle icone, Jaca Book, Milano 2016.

Emma Simi Varanelli, Maria l’Immacolata. La rappresentazione nel Medioevo, De Luca Editore d’Arte, Roma 2008.

Erika Di Bortolo Mel, Maria lactans. La Madonna del latte in Friuli, Edizioni Leonardo-Centro culturale “Augusto Del Noce”, Pordenone, 2009.

Luigi Fumi, Urbano IV e il sole eucaristico, Tipografia di Propaganda, Roma 1896.

Lorenzo Veneziano. Le Virgines humilitates, a cura di Chiara Rigoni e Chiara Scardellato, Silavana Editoriale, Miano 2011.

I Battuti nella Diocesi di Concordia-Pordenone. Studi in memoria di monsignor Cesare Del Zotto, a cura di Roberto Castenetto, Centro culturale “Augusto Del Noce”, Pordenone 2014.

Roberto Castenetto, L’affresco della Madonna degli Angeli di Pordenone e il culto eucaristico, in “Cultura in Friuli 5-16 maggio 2016”, a cura di Matteo Venier e Gabriele Zanello, Società Filologica Friulana, Udine, 2017, pp. 207-211.

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