Concorso “narrastoria”

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Materiali

1. Saggio storico:

Un esempio di saggio storico in cui vengono utilizzati testi letterari:

2. Racconti a tema storico ambientati nel medioevo friulano:

Luca Gianni, Le sette lampade.

Le sette lampade è il titolo di una raccolta di sette racconti dedicati al tema delle virtù cristiane, cardinali e teologali, scritte da Luca Gianni.

I racconti sono ambientati durante il Basso Medioevo, nei centri maggiori del Friuli Occidentale (diocesi di Concordia-Pordenone): Spilimbergo, Portogruaro, Pordenone. Si basano prevalentemente su fonti d’archivio e sui profili biografici di personaggi realmente esistiti, ciascuno dei quali esemplifica una virtù: il vescovo di Concordia Artico di Castello, il mercante Salvestro Brunelleschi, la nobile Nida di Cucagna, Viana moglie del notaio Giacomo Fornici da Caneva, il vicario vescovile Guido Ravani da Reggio Emilia, il mercante Valduccio da Pordenone, il canonico di Concordia Dietrich.

La raccolta si propone, quindi, di ricostruire delle vicende umane storicamente determinate, cercando di integrare le informazioni derivate dalla documentazione con un profilo caratteriale ed emozionale verosimile, definito attraverso lo studio del pensiero e della spiritualità medievali. I testi rimandano, quindi, a una riflessione sul valore delle virtù cristiane, che travalica il tempo, come sosteneva lo stesso papa Giovanni XXIII, che le definiva “le sette lampade della vita cristiana”.

Vengono qui proposti i racconti sulle virtù teologali, letti da Massimo Somaglino.

3.Documenti per narrazioni storiche:

A “Il sacco di Pordenone del 1514”

Sacco_Pordenone_1514

Per approfondimenti vedi in questo sito la registrazione video del Convegno “Il Pordenone e la Signoria liviana (1508-1537)

B “La vita in una confraternita medievale”

Le confraternite

Gli_affreschi dei Battuti

C. Il miracolo di Costantinopoli

SELIM I E GESU’ BAMBINO

Il conte Bernardino Frangipane, signore della Carniola ed eroico combattente contro i Turchi, ha raccontato questa nuova, recatagli da un frate domenicano. Nel mese di agosto dell’anno 1514, il gran Sultano dei Turchi Selim ordinò a tutti i monaci cristiani che si trovano a Costantinopoli di compiere, in un giorno da loro stabilito, una solenne processione per pregare il nostro Dio affinché gli fosse favorevole in guerra.

I monaci temendo che quello fosse il loro ultimo giorno, si confessarono e iniziarono la processione. Il Sultano salì sopra un palazzo per vederli passare e poi ordinò che venissero tutti al suo cospetto, ad uno ad uno. In particolare volle che portassero le croci, i calici e i tabernacoli con le reliquie, chiedendo che cosa fossero e chi li avesse fatti. I monaci risposero che furono donati dai re di Francia, di Spagna e altre nazioni d’Europa. Come ultimo venne un monaco che portava il tabernacolo con il Sacratissimo Corpo di Cristo. Il Sultano volle che fosse scoperto e vide l’immagine di un fanciullo, così splendete che non riusci a fissarla a lungo né a riguardala. Comandò dunque che fosse ricoperto e disse pieno di commozione che il vostro Cristo è stato un Santo uomo. Comandò poi che nella settimana successiva avremmo dovuto fare di nuovo una processione, pregando il nostro Dio perché gli fosse favorevole contro Sophi, il re eretico degli sciiti Persiani.

Così fu, perché il 23 agosto quattordicimila soldati turchi sconfissero un esercito persiano più che doppio, nella piana di Caldiran. Allora Selim disse ai religiosi cristiani che, essendo state esaudite le loro preghiere ed essendo il nostro Dio propizio, voleva fossero portati nella moschea di Santa Sophia tutti i tabernacoli, ammassati dietro una tenda come a formare un monte. In cima volle fosse messa una croce con il tabernacolo del Sacratissimo Corpo di Cristo. Poi Selim si è inchinato e lo ha adorato. Infine ha mandato due ambasciatori: uno a Roma dal Papa, per ammonirlo che governi meglio il suo gregge, perché altrimenti sarebbe venuto lui a correggerlo e castigarlo; l’altro a Venezia, per domandare il Regno di Cipro, come cosa pertinente al Soldano Ottomano, minacciando guerra in caso di rifiuto.

Racconto tratto da una lettera scritta a Sebastiano Mantica il 6 dicembre 1518, con integrazioni per rendere più comprensibile la vicenda. Archivio di Stato di Pordenone, Archivio Montereale-Mantica.

N.B Nella lettera si dice che la notizia è dell’agosto 1518, ma è evidente che si tratta della battaglia tra i Turchi e i Persiani del 23 agosto 1514, che segnò la rottura definitiva tra Turchi e sciiti della Persia, rottura che, come si vede, continua sino ad oggi. Vedi Bernard Lewis, La sublime porta. Istambul e la civiltà ottomana, Lindau, (1963), 2007.

4. Riflessioni, commenti e analisi su narrazioni storiche

  1. Valerio Massimo Manfredi, Aquileia. Defensores urbis, Italo Svevo, Trieste-Roma 2020.

«Il passato non esiste nel presente se non nelle tracce che ha lasciato, siano essi documenti, resti archeologici, testimonianze scritte. Per qualche aspetto – e qui il sentiero un po’ impervio lo diventa – la narrazione coerente del passato, che risolve nell’unità di una forma le incoerenze delle vicissitudini umane, confina con un altro genere narrativo: la leggenda.

Senza voler essere irriverenti, si può affermare che le grandi narrazioni storiche, che hanno creato i grandi personaggi e i grandi eventi, finiscano sempre, tanto più sono potenti e convincenti, per sfiorare quel confine.

Pur conoscendo la Storia a fondo, con una esperienza delle testimonianze e dei luoghi non comune, Valerio Massimo Manfredi mostra di intendere che quel confine tra la Storia e la leggenda è ancora vivo, e non ha nulla a che fare con l’incanto o il disincanto della ragione, ma è il margine dove il passato si rigenera.

Ecco alllora che la Storia di Aquileia. La “città delle aquile”, con la sua straordinaria, ancorché non sempre ricordata, importanza per l’Impero romano, incontra un enigma che la Storia ha sempre nutrito di un alone leggendario: la ritirata, anzi, quasi il dileguarsi degli Unni vittoriosi, quando ormai non parevano opporsi più ostacoli al loro dilagare.

La fine di Aquileia, qui, sconfina in una leggenda che è di vendetta, certo, ma che rappresenta l’estremo sacrificio dei difensori di uno dei principali baluardi dell’Impero. Aquileia protegge l’Impero nel momento della sua rovina più certa, e compie questa impresa quando ormai è stata distrutta e conquistata.

Non prima però di aver dato inizio alla popolazione della laguna, dalla quale nascerà – nella Storia e nella leggenda – la potenza veneziana. È un’invenzione, anzi, è una suggestione, perché il racconto si chiude non su un certo evento ma sull’ipotesi del suo futuro avverarsi. Una suggestione che, però, è frutto di invenzione, nel senso letterario più proprio, ovvero del connubio tra la logica dell’azione narrata e dell’immaginazione. Per fare questo, perché funzioni, perché il confine della leggenda possa essere raggiunto – ma, finemente, non è attraversato – c’è bisogno di mantenere in evidenza la continuità storica della peste. E avviene infine che, per arrivare al margine della leggenda, Manfredi richiami la nostra attenzione su un dato storicamente vero e poco considerato, ovvero la potenza e la durata delle pandemie del passato».

Postafazione, di Gian Mario Villalta, al racconto di Valerio Massimo Manfredi, Aquileia. Defensores urbis, Italo Svevo, Trieste-Roma 2020.

2. Interessanti esempi di racconti ambientati nel mondo etrusco, con narratore omodiegetico, in Archeo Monografie di febbraio 2021.

3. Due racconti ambientati a fine Ottocento, di Lisa Bernard Del Cont

La prima Cassa di Prestiti di Montereale Cellina

La caritativa

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