Matteo Candido: qualche flash sulla rete

QUALCHE FLASH DALLA RETE

Oggi l’uso dei social avviene prevalentemente con brevi veloci battute.
Qui invece troverai interventi un po’ più lunghi, pubblicati in ordine di apparizione in un sito locale. Sono una piccola parte di quelli pubblicati dal maggio del 2012 al maggio del 2017, in seguito all’invito fattomi dal responsabile del sito, il quale mi lasciò scrivere come, quando e su cosa ritenessi opportuno.
Inizialmente e per un tempo limitato ebbi l’onore di trovare alcuni interlocutori. Ci furono pure delle valutazioni positive, formulate in inglese (!), senza però entrare nel merito.
Credo che quanto sono venuto ragionando allora non sia tanto banale e che gli interventi allora non abbiano trovato l’attenzione dovuta, per la poca notorietà del sito in cui sono apparsi. L’auspicio è che, grazie a questa pubblicazione, qualcuno ne prenda visione e interloquisca con l’autore servendosi del nuovo sito, in cui ora appaiono: www.centrodelnoce.it
Si può utilizzare anche l’e-mail: parro.bruna@libero.it o l’indirizzo: Matteo Candido, via Raffaello Sanzio, 33 – 33080 Zoppola (Pn).

1. Fede/fede
Pubblicato 12 maggio 2012 | Da Matthewhite

È consueto il sorrisetto di compassione o la critica sarcastica dell’ateo o dell’indifferente nei confronti di chi pratica la Fede frequentando la chiesa. La cosa si ripeterà in forma certamente più marcata e insistente a partire dal prossimo autunno, quando avrà inizio, per i cattolici, l’Anno delle Fede.
Bisogna concedere ad ognuno di pensarla come crede. Resta però da vedere se le critiche contro la Fede hanno delle ragioni vere. Solo allora meritano attenzione. Vediamo.
Credere vuol dire ritenere per vero e reale qualcosa che non si è visto di persona o non si è esperimentato con i propri sensi, ma di cui abbiamo conoscenza solo perchè ce l’ha comunicato un altro che invece l’ha visto o sentito o esperimentato. Nel caso della Religione, si tratta di realtà come il paradiso, l’inferno, l’anima immortale, il giudizio dopo la morte e tanto altro. I cristiani le sanno perchè le ha rivelate Gesù Cristo. Essi credono a Lui perchè queste cose Lui le vede. Pur avendone perciò una conoscenza indiretta, essi le conoscono davvero, tuttavia.
Atei e agnostici arricciano il naso e accusano i cristiani di essere dei creduloni, di seguire fantasie, di coltivare superstizioni, ecc, ecc. L’uomo moderno – dicono – deve seguire la ragione, la scienza, che ha già dimostrato che tante cose credute un tempo sono risultate miti, leggende o veri imbrogli.
Su singoli fatti si può anche concederlo, ma bisognerebbe fare un discorso dettagliato che risulterebbe lungo. Il problema però è un altro: sapere ciò che caratterizza la Fede, cosa avviene quando diciamo di credere.
Qual è il suo ‘meccanismo’? Si tratta di accettare una notizia che ci viene comunicata da una persona sulla cui attendibilità non si ha motivo di dubitare, perchè ci risulta competente in quello che dice ed è sincera.
Ora fa’ attenzione alla nostra vita quotidiana: ti accorgi subito che essa è ‘impregnata’ di fede. Tanto che se non ci fosse la fede non potremmo neanche vivere. Tutta la società si bloccherebbe, le notizie non circolerebbero, i lavori si fermerebbero, gli scambi si arresterebbero… Quando noi parliamo con qualcuno per strada, o scambiano un’opinione al mercato, oppure ascoltiamo la radio, o guardiamo la TV, non facciamo che esercitare di continuo la fede: quello che ascoltiamo diventa nostro solo perché diamo credito, ci fidiamo, di coloro che ci danno la comunicazione.
Si può ben dire allora che il 99% delle notizie che circolano nella società sono basate sulla fede. Una fede con la effe minuscola, da cui qualche volta restiamo ingannati, ma ciononostante non ci impedisce di ricominciare subito dopo a credere, se qualcuno ci dice qualcosa.
Circa la Religione le notizie vengono credute tramite la Fede, con la effe maiuscola, ma il meccanismo è sempre lo stesso. Con questa Fede vengo a conoscere cose che non vedo con gli occhi e non esperimento con i sensi. Credo sulla parola di un Altro, di Chi le vede, queste cose, e perché so che merita fiducia.
Gli atei e gli scettici sono perciò incoerenti: accettano – per fede – il 99% delle notizie comuni, e rifiutano di credere – per Fede – quell’1% di notizie che riguardano le realtà definitive ed eterne, a cui, prima o dopo, volenti o nolenti, dobbiamo approdare. Il meccanismo è lo stesso, si tratta di fidarsi di un testimonio credibile. E se non si fidano di Chi è il solo competente sull’aldilà, è ridicola la loro pretesa di giudicare tali cose, quando sanno benissimo che non sono in grado di dire proprio niente su ciò, neanche di portare delle prove che tali realtà non esistono.

2. Detti e proverbi (I) -’Chi fa, ben fa…’
Pubblicato 25 maggio 2012 | Da Matthewhite

‘Chi fa, ben fa; sol chi non fa, fa mal’. Si tratta di un proverbio, che assieme con quest’altro ‘Chi sa che nulla sa, ne sa più di chi ne sa’, trovai scritti in una piccola agenda regalatami, tanti anni fa, quando frequentavo le Medie.
I proverbi – si dice – ci trasmettono la saggezza popolare, e li ricordiamo facilmente anche dopo tanto tempo, perchè sono formulati in modo che la memoria ne è facilitata. Essi racchiudono delle verità scaturite dall’esperienza, e si differenziano nettamente dagli slogan, che sono solo gridi di incitamento e impulsi all’azione. Da questi ultimi non c’è niente da apprendere, dai proverbi invece, sì, e tanto.
Però, occorre fare attenzione. I proverbi vanno collocati nel loro contesto, per evitare – come talvolta succede – di citarli a sproposito o a sostegno di comportamenti di comodo.
È chiaro, allora, che il proverbio ‘Chi fa, ben fa; sol chi non fa, fa mal’ è valido solo se è buona la cosa che stiamo facendo, e se si intenda con esso riprovare il comportamento che si limita a dire e a non fare quello che s’ha da fare. Non può perciò essere l’approvazione di un fare qualsiasi, senza badare alle circostanze o agli effetti negativi che vi possono essere connessi.
Valido come richiamo al dubbioso e al meticoloso, perché si decida a mettere in atto quello che ha già considerato un bene. Non valido come incitamento a rompere gli indugi e a superare qualsiasi scrupolo.
Lo stesso va detto per il proverbio ‘Chi sa che nulla sa, ne sa più di chi ne sa’. Non è certo l’elogio dell’ignorante o di chi non si cura di istruirsi. Ma il semplice atteggiamento di chi sa di conoscere abbastanza su di un argomento, ma che riconosce che, messo a confronto con quello che ancora ignora, è ben poca cosa quello che è in suo possesso, accorgendosi che quanto più si addentra nella conoscenza, tanto più vede allontanarsi l’orizzonte dei suoi confini. Ne prova perciò quel senso di limite e di piccolezza, che fa grande l’uomo di scienza. Tutto l’opposto della saccenteria di chi conosce solo quattro acca, e pago di esse ne parla -forse grazie alla parlantina di cui è dotato- vantandosene come se fosse in possesso di tutto quello che è possibile sapere sull’argomento.

3. Insieme a Medjugorje
Pubblicato 9 giugno 2012 | Da Matthewhite

Qualche tempo dopo il volontariato in Africa ci recammo, mia moglie, io e i due figli a Medjugorje, dove da qualche mese la Madonna appariva ad alcuni ragazzi bosniaci. Un sacerdote esorcista che conosceva Bruna, le chiese di accompagnarlo, come infermiera, a motivo di una malata particolare presente nella comitiva. Si era ancora agli inizi e le apparizioni non avevano attirato in quel luogo le crescenti moltitudini da tutto il mondo. La zona attorno alla chiesa era ancora deserta e priva delle abitazioni ed alberghi che oggi la circondano. Era anche facile incontrare i veggenti. Noi scambiammo qualche parola con Vicka in casa sua e con Marija in chiesa.
La presenza di tanta gente, le messe affollate con diversi sacerdoti celebranti, la moltitudine dei confessori sistemati ovunque attorno alla chiesa, davano la sensazione vivissima del sacro che aleggiava in quel luogo. La salita al monte delle apparizioni spingeva tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, a percorrere scalzi i sentieri scoscesi e sassosi che portano alla croce in cima al colle.
L’effetto dell’irruzione del sopranaturale era palpabile in tutta quella gente semplice venuta da ogni dove. E non dava fastidio quel po’ di fanatismo che appariva sul volto di chi aveva riacquistato la fede e si considerava un privilegiato. Fastidio, invece, mi dava, e non poco, la freddezza che avvertivo in tanti intellettuali, che guardavano con sufficienza alla ‘creduloneria’ popolare. In un consiglio pastorale in cui capitò di parlare di Medjugorje un sacerdote presente non nascose tutto il suo scetticismo: ‘Ma come si fa a credere… la Madonna … ogni giorno … sempre le stesse cose…’. ‘Non credo sia obbligatorio credere – osservai da parte mia – ma mi pare altrettanto non obbligatorio credere che dobbiamo essere noi uomini a decidere dove, quando e come debbano apparire Dio e la Madonna, quando decidono di farlo’.
Il nostro viaggio a Medjugorje avvenne – come detto – su richiesta di un esorcista. La malata durante il viaggio era soggetta ad agitazioni e convulsioni. Giunti a Medjugorje, entrati in chiesa a ridosso della porta d’ingresso, si affiancò al nostro esorcista un altro sacerdote. Bruna e il marito della malata stavano vicino, mentre i sacerdoti recitavano le formule di rito. Improvvisamente la povera donna, con voce disumana, incominciò ad imprecare e ad insultare i sacerdoti, mentre un odore nauseabondo misto a sentore di zolfo, si spandeva nei dintorni. La donna schiumava dalla bocca e si contorceva, e il marito al suo fianco pregava tenendo fra le mani serrate la corona del rosario. Le preghiere erano sempre più incalzanti, gli insulti vieppiù rabbiosi e i contorcimenti sempre impressionanti: ad un certo punto la donna cadde a terra e restò immobile come morta. Si alzò, poi, di scatto, completamente ignara di ciò che c’era stato prima. L’esorcista la invitò ad andare all’altare della Madonna e recitare una preghiera. Ella obbedì in silenzio, seguita dal marito. Questi allora aprì le mani in cui teneva stretta la corona e si accorse che non c’erano più i gancetti metallici che tenevano insieme i grani, i quali ora erano raccolti fra le sue mani in un unico mucchietto.
Esperienze come queste toccano profondamente chi le prova, ma sono difficilmente comunicabili. E’ comprensibile quindi lo scetticismo che coglie chi ne ascolta il racconto. Però anche in questo caso, come in quello delle apparizioni, non è alla ragione umana che si deve chiedere spiegazioni. Il Vangelo parla in lungo e in largo delle azioni tenebrose del Maligno. Ma l’intellettuale fatica ad ammettere l’esistenza e l’azione di un tale essere demoniaco. Al massimo è disposto ad ammettere il male sociale anonimo, che può essere vinto  con le nostre forze umane. Ma in tal modo egli è fuori dalla Fede. E sceglie di non credere, anche se è una scelta poco ragionevole. Quello che però appare incomprensibile è che rifiutino di credere all’esistenza e all’azione di questo essere tenebroso, gli intellettuali religiosi, i teologi, che hanno il compito di spiegare la Fede. E negli ultimi tempi ce ne sono stati parecchi. E il papa Paolo VI ha dovuto intervenire con uno scritto a ricordare loro quello che la Fede dice esplicitamente in tutta la Sacra Scrittura.

4. Detti e proverbi
Pubblicato 23 giugno 2012 | Da Matthewhite

‘Troppa scienza fa stupidaggine’.
È un detto che un mio zio prete, anziano parroco di montagna, era solito ripetere. Nessun disprezzo in lui per la cultura, su cui era sempre aggiornatissimo, ma che voleva sempre stretta alla concretezza e abbinava con la pratica.
Sembrerebbe che riguardo alla conoscenza, specie quella ragionata come la scienza, non ce ne dovrebbe mai essere abbastanza. E che uno, anzi, nel suo mestiere dovrebbe puntare a non restare mai indietro. Perché allora quel «troppa» abbinato a «scienza»? Il «troppo» lo si trova in altri detti: ‘il troppo storpia’, ‘chi troppo vuole nulla stringe’… Ma in questi casi c’entra l’ingordigia, che non pare avere a che fare con il detto preso in esame.
Sembra che la conoscenza da condannare sia quella astratta, che non si innesta nel circuito vitale di un dovere o di un impegno, dove si trovano uniti vita, tradizione e buon senso, in quella forma si saggezza che non nega la scienza, ma che la preserva da stravaganze e vanità. Nonché da quelle deviazioni tecnico-cervellotiche dissacranti della natura, che possono giungere fino a quelle mostruosità, che videro impegnati gli scienziati nazisti nei campi di concentramento.
La conoscenza, l’informazione e la scienza vanno mantenute – sembra allora dirci il detto – in quella forma e in quella misura che possano giovare alla società, evitando curiosità dispersive e dannose. Si plaude alla serietà e alla competenza dello studioso, che sa mantenersi nei propri limiti.
Misure e limiti che è pressochè impossibile stabilire in astratto, ma che ognuno ha da sentire il dovere di fissare da solo, con la propria coscienza, in concreto. E questa è cosa non solo auspicabile ma possibilissima.

5. Romanticismo e illuminismo
Pubblicato 15 luglio 2012 | Da Matthewhite |

Lasciando da parte il significato che questi termini hanno nell’ambito della storia, della filosofia e della letteratura, vediamone l’aspetto psicologico e comportamentale che invece riguarda ognuno di noi. Dimenticando pure, rispetto al primo termine, quell’aspetto sentimentale a cui ci riferiamo, quando definiamo una persona ‘romantica’.
Dal punto di vista psicologico, ciascuno di noi può atteggiarsi di fronte alla realtà, in un modo che si ispira, senza che se ne renda conto, o al Romanticismo o all’Illuminismo. L’illuminista davanti agli avvenimenti e alle persone si pone in modo contestativo, perché ritiene la realtà sbagliata. La critica a fondo, seguendo solo il ‘lume’ della ragione. (È l’atteggiamento dei giovani, istintivo e anche positivo, perchè non tutto quello che c’è nella società è sempre un bene). Segue invece il Romanticismo chi sente la realtà circostante come amica, e tende ad adeguarvisi, e se c’è da cambiare qualcosa non si tratta mai di stravolgerne la struttura di fondo. (È l’atteggiamento dei vecchi, istintivo e pure positivo, perchè non tutto quello che c’è nella società è negativo, ma anche frutto di esperienze molteplici; e non tutto ciò che è nuovo può essere ritenuto un bene solo perché è nuovo).
Nell’atteggiamento illuminista l’uomo si sente superiore alla natura, alla storia, alla tradizione, e intende far valere la dignità umana contro le storture esteriori e sociali. L’uomo romanticista, invece, pur riconoscendo il valore della dignità umana, parte dalla sua limitatezza che si evidenzia sempre nella storia, nell’esperienza e nella natura. L’illuminista mette in primo piano l’io, la mente, la volontà, l’azione personale, e pone il suo ideale nell’indipendenza e nella realizzazione individuale. Il romanticista mette in primo piano la realtà in cui è inserito, e vede nelle leggi e nei ritmi naturali un sostegno e un aiuto al suo perfezionamento.
Possono sembrare posizioni contradditorie. In realtà sono complementari; entrambe necessarie per la maturazione e la completezza dell’individuo e della società. Il singolo, infatti, si trova sempre inserito in un contesto che lo avvolge e lo supera, ma in esso egli non vi entra in modo coatto o passivo, ma in forma responsabile e collaborativa. Chi mette in primo piano la dignità e l’indipendenza della persona, non vorrà negare che al di sopra di sé e nella società ci sono livelli e dimensioni, di cui la singola volontà si serve e con cui si coordina per vivere e perfezionarsi. E chi riconosce che c’è una realtà che ci avvolge e ci supera non può dimenticare che l’inserimento in essa non può mai comportare negazione e violazione di diritti del singolo.
Queste posizioni individuali talvolta diventano il sentire di un intero popolo, e possono caratterizzare periodi non piccoli di storia, di pensiero e di arte, che possono anche contrapporsi decisamente. Ma la loro complementarietà va ribadita. Il Cristianesimo l’ha sempre proclamata e difesa, e in un modo completo, più di quanto appare in altre impostazioni laiche e religiose. Oltre ad averli sostenuti, li ha sempre tenuti uniti, e uniti in un modo organico e funzionale. L’uomo è insieme attività e passività. Solo nel loro accordo c’è maturità e felicità. L’uomo non si riduce alla dimensione individuale, interiore, razionalista. Egli deriva e ha la sua origine fuori di sé, nel superiore, nel divino, nel sopranaturale – e non solo nel passato o nel presente o nel futuro – e il non riconoscerlo non può che essere da sprovveduti o da gente che ha gli occhi bendati

6. Ottimisti e pessimisti
Pubblicato 19 agosto 2012 | Da Matthewhite

Che ci sia una predisposizione all’ottimismo o al pessimismo può essere vero. Che si debba evitare esagerazioni o in un senso o nell’altro è preoccupazione comune. Che sempre poi ci si riesca, non è detto. In concreto, la posizione adeguata, essere cioè realisti, comporta un equilibrio che si raggiunge non una volta per tutte, ma che bisogna ristabilire di continuo. Il male, infatti, che induce al pessimismo, e il bene che ci rianima, sono entrambi distribuiti continuamente in varie dosi lungo le nostre giornate. Viviamo in un ambiente che non abbiamo fatto noi e che non dipende da noi. Ma a noi però è chiesto di agire e di fare in esso. E dall’incontro tra quello che facciamo e quello che incontriamo, scaturisce o l’accordo o la stonatura.
È possibile posizionarsi in modo che la situazione che ci sta davanti si possa affrontare efficacemente? Ciò presuppone la possibilità di averne una conoscenza adeguata e anche se in essa c’è effettivamente uno spazio per una nostra azione. Ma quale?
Qui è necessario non perdersi in tanti preamboli. Una vera conoscenza della situazione in cui ci è toccato di vivere, la si ricava non già da una indagine scientifica o storica, ma solo da una fonte religiosa. È la conoscenza per fede, che ci dà la possibilità di raggiungere gli inizi del mondo e della umanità, da cui è derivata e di cui è ‘impastata’ la situazione che oggi ci sta di fronte.
Chi arriccia il naso e rifiuta questa impostazione – l’ateo – ben presto si accorge che non può far altro, nel dare la sua spiegazione, che costruirsi lui stesso un’altra religione, senza basi e prove, ma frutto solo di ipotesi e immaginazioni che lui stesso si costruisce, per tranquillizzarsi.
Dovendo per forza ‘cadere’ nella religione, è ovvio, essendocene tante, chiedersi quale sia quella più credibile. Sarebbe sciocco procedere a casaccio, e sceglierne una qualsiasi. Chi lo vuol fare, lo faccia, ma non pretenda che lo si stia ad ascoltare, perché dimostra di non ragionare.
Supponendo che la ricerca porti alla religione cristiana, vediamone il quadro che questa ci presenta. Per essa, la compresenza del bene e del male nella nostra vita, non vuol dire che l’uno e l’altro abbiano la stessa estensione e incidenza. All’origine di tutto c’è solo il Bene. La prima cosa da escludere quindi è il pessimismo assoluto. Non ha senso, è senza basi. Però anche l’ottimismo assoluto è da scartare, perchè il male, pur essendo inferiore al bene, non è mai assente.
La religione cristiana invita a posizionare il bene e il male, per coglierne davvero la natura, in due diversi livelli. Il bene su di un piano, stabile e permanente, e il male su uno più superficiale e provvisorio. Il male però nonostante la sua provvisorietà lo sentiamo di più, perché per la sua superficialità ci è più vicino. Ma ciò è solo per posizione prospettica. Sembra più grande, per la sua vicinanza, ma non lo è. L’inganno della sensibilità, la ragione e la fede ce lo ridimensionano.
Questa diversa collocazione che differenzia la forza del bene e del male, non è immaginaria. Il bene è permanente e più forte, perché viene da Dio, che può tutto. Il male, invece, viene dall’uomo, che è limitato e decisamente meno forte. Nella opzione tra ottimismo e pessimismo, la ragione quindi si trova rassicurata sulla scelta da fare. Ma la fantasia, l’immaginazione, la sensibilità, le paure, le preoccupazioni – a differenza della ragione e della fede – mettono davanti ai nostri occhi le cose materiali e temporali, mentre la voce della ragione resta fievole, e quella di Dio appare in lontananza. Ciò che tocca i nostri sensi lo sentiamo distintamente e forte. Urla più forte. Ma non è né più forte né più grande, ma solo più vicino e più rumoroso.
Bisogna controllare la sensibilità, anche perché – e oggi lo si trascura troppo – la religione cristiana ci dice che nel male umano che ci circonda è presente anche un’altra forza, misteriosa e nascosta: quella invisibile dei demoni, che frastornano la nostra sensibilità. Essi, pur inferiori a Dio e sotto il suo controllo, ci superano di molto in potenza e intelligenza. Se ci stacchiamo da Dio, la sensibilità ci consegna in loro balía.
Il realista, quindi, secondo la religione cristiana, è chi non guarda prevalentemente alla sua esperienza vicina e immediata. Pur non trascurandola, egli è sicuro che globalmente la vita è basata sul bene, e tiene a bada i sentimentalismi, né segue mode o opinioni che lo distolgono dall’ordine innestato nelle cose, saldamente messovi da Dio e da Lui garantito.
Tale visione della situazione umana, che la religione cristiana fornisce, è accompagnata poi anche da mezzi che permettono di seguirla, perché occorre anche resistere alle continue deviazioni a cui si è spinti da quanti non vogliono saperne di Dio. E anche in questo Dio ha provveduto
Non è dunque facile essere realisti, ma neppure impossibile. È una cosa alla nostra portata. E se si ascolta la ragione e si aderisce con convinzione alla Fede, un po’ alla volta diviene anche una cosa agevole.

7. Morale, etica e politica
Pubblicato 24 settembre 2012 | Da Matthewhite

I cristiani praticanti, un po’ su con gli anni, la domenica si trovavano in chiesa a cantare i vesperi, dove ogni tanto era di turno il salmo 127, che attacca così: ‘Se il Signore non costruisce la casa, inutilmente i fabbricanti vi si affannano attorno. Se il Signore non custodisce la città, invano vigila la sentinella’.
Inutile fermarsi sui sorrisetti dei nostri atei e indifferenti, che come il macellaio del mio paese, trovatosi a discutere non so se di politica o di economia, pensava di dar forza alla sue parole, contrapponendo – come argomentazione decisiva – le sue idee a quelle di una povera vecchietta che ogni mattina vedeva andare a messa. Cosa che capita anche ai cristiani, che si vergognano di portare argomenti religiosi in discussioni pubbliche.
Ma al di là di tante chiacchiere, più o meno argomentate, non ci vuol tanto a capire che le radici in un albero, anche se non si vedono, sono la cosa fondamentale, da cui dipende tutto nell’albero. C’è un legame ineliminabile e così stretto, che se togli il collegamento, segando l’albero alla base, il risultato che ne ricavi non occorre aspettar tanto per vederlo. Lo si può intuire benissimo anche prima.
Così è il legame tra morale, etica e politica. Una dipendenza stretta e organica che tiene insieme tutto; l’uno non può stare senza l’altro e nell’ordine preciso: le foglie, i rami e il tronco ricevono la vita dalla radice. E l’etica e la politica, dalla morale. Il modo di regolare le cose della città e dello Stato non può prescindere né compromettere il modo di regolarsi che l’individuo ha con se stesso, con la sua coscienza. Anche se le modalità morali dell’individuo vanno sempre ancorate, come garanzia e misura, alla religione genuina.
Nella vita comunitaria c’è qualcosa di organico, con diversi passaggi e condizionamenti che vanno rispettati. E subito ripristinati, se violati, con azioni di recupero che non possono compromettere il legame di base che ordina i rapporti della vita sociale.
La morale regola i rapporti che la persona ha con se stessa, e sostanzialmente si trova espressa, da che mondo è mondo, nei 10 Comandamenti. L’etica, in parte già inclusa nei Comandamenti, tocca specificamente i rapporti del vivere civico e civile che tengono unita la società. La politica è la supervisione e il controllo definitivo sul vivere complessivo del tutto, per garantirne la permanenza e lo sviluppo.
Pochi ormai pensano che la società abbisogni solo di regole e non della partecipazione cosciente dei cittadini, che andrebbero tenuti sotto continuo controllo, senza dar troppa corda ai loro desideri, sempre deleteri per l’armonia del tutto sociale. È ormai comune la politica che cerca di venir incontro ai cittadini, passando anche sopra alle regole, in una forma rinnovata dell’usanza dell’antica Roma di offrire panem et circenses, per tacitare gli scontenti, e poi restare ai piani alti dello Stato a spassarsela e a manovrare.
Quando si concede ai cittadini e ai governanti carta bianca, lasciando calpestare onestà e correttezza, per arrivare prima e più in fretta rispetto a quanto è possibile fare, seguendo la morale, quasi che ciò richieda il realismo e l’abilità di cui il politico deve forgiarsi: è semplicemente segare l’albero della società alla base, staccarlo dalla radici. È pensare che le virtù ‘private’ (sincerità, onestà, verità, rispetto, correttezza…) non abbiano niente a che fare con le virtù pubbliche ( quelle che badano ai fatti, all’efficienza), scordando, tra l’altro, che leggi e regolamenti sono sempre e solo gli individui a gestirli e a manovrarli, con quale risultato, in assenza di virtù morali, lo dice il buon senso. Ed è puntualmente ribadito anche dagli scandali statali e partitici scoppiati platealmente in questi giorni.

8. Il cristiano e gli spiriti
Pubblicato 10 ottobre 2012 | Da Matthewhite

Per il cristiano, che è uomo di Fede, è sufficiente l’intervento dell’autorità di Pietro per ritenere qualcosa come rivelato. E su Satana la parola di Paolo VI è decisiva. A chi però è data la possibilità di addentrarsi nel Testo Sacro, può capire quanto gli studiosi vengono affermando in proposito. Di questi studiosi va però subito verificata la competenza e la serietà. Che non può non presupporre almeno una padronanza completa dei testi originali. E vanno perciò abbandonati gli studiosi che fanno dipendere le loro affermazioni da fonti diverse da quelle della Scrittura. E ce ne sono tanti.
Per quanto mi riguarda, penso di aver trovato l’esegeta ideale in Heinrich Schlier, un laico tedesco protestante, che si fece cattolico, proprio nella maniera usata dai protestanti per uscire dalla Chiesa Cattolica: servendosi cioè della Sacra Scrittura. Studiandola a fondo è giunto alla conclusione che la vera Fede e la conseguente condotta, si trova nella Chiesa di Roma. E fece poi il passo conseguente ricevendo il battesimo nel 1953. Lessi i suoi commenti alle Lettere di S.Paolo (Galati, Efesini, Romani) e successivamente i numerosi saggi esegetici che venne pubblicando dal 1930, raccolti poi nei volumi: ‘Il tempo della Chiesa’(Il Mulino), ‘Riflessioni sul Nuovo Testamento’ (Paideia), ‘La fine del tempo’(Paideia).
La sua presentazione del messaggio cristiano è molto coinvolgente. Inizia da un’analisi attenta e dettagliata dei singoli testi scritturistici, per poi sintetizzarne il tutto in una conclusione che concentra le sfumature evidenziate nelle precedenti analisi. Capisco perchè lo Schlier sia amato dagli studiosi esigenti, e che anche il papa Ratzinger l’abbia tra gli esegeti che più consulta.
Sull’argomento che ci interessa -gli spiriti- lo Schlier è intervenuto più volte, pubblicando dal lontano 1932 dei saggi che sviscerano in modo completo la realtà demoniaca, così come ce la presenta la Sacra Scrittura, e basandosi solo su quello che in essa si trova scritto. Eccolo perciò avvisarci che dello spirito maligno – che appare in 140 luoghi sotto 33 denominazioni diverse – non si può trattare di sfuggita o in modo approssimativo, perché delle potenze demoniache ‘gli scrittori sacri parlano con tanta insistenza e a cui ascrivono tanta importanza nell’ambito dell’opera salvifica di Gesù Cristo’.
Dalle ripetute analisi dello Schlier si ricava questo:
1) Molti mali fisici e spirituali che, specie nei Vangeli, vediamo colpire tante persone, sono spiegati come conseguenza dell’influsso dei demoni, i quali, stando alla parole e alla convinzione di Gesù, sono entità personali; e con esse, non di rado, Egli anche dialoga. Tali malanni spariscono dai malati immediatamente, alla sola ’scacciata’ degli spiriti da parte  di Gesù. E tutto avviene sempre in pubblico, di fronte a tanta gente, nonché al cospetto di autorità religiose, che non contestano la guarigione avvenuta, ma solo il tempo in cui viene operata.
2) Durante il periodo dell’espansione della Chiesa – ce lo dicono gli Atti degli Apostoli – appare un nuovo tipo di influsso demoniaco, sotto forma di idee, di sentimenti, di convinzioni. Si fa allora opinione pubblica, convinzione sociale, propaganda politica. E sempre in contrapposizione alle idee e ai comportamenti cristiani. Una specie di anti-vangelo, che lotta in ogni settore, a contrastare quanto nella storia si presenta come cristiano.
3) Ad un certo punto la contrapposizione da ideologica si fa pratica, prende perfino la forma politica. La quale, nelle sue espressioni totalitarie, tende ad invadere l’animo umano, la sua interiorità, la sua condotta esteriore e le condizioni economiche.
Insomma una molteplice ed inquietante realtà, di cui non si può non prendere coscienza, deponendo superficialità e faciloneria, ma anche senza allarmismi. Questi non sono leciti per chi ha Fede, perché se i demoni sono sempre superiori all’uomo, essi cessano di esserlo quando si accorgono che noi siamo fedeli alla Parola di Dio
I testi dello Schlier che è bene consultare sono: a) Principati e Potestà nel Nuovo Tetamento – ed. Morcelliana.  b) Demoni e spiriti maligni nel Nuovo Testamento e Lo Stato secondo il Nuovo Testamento, nella raccolta: Riflessioni sul Nuovo Testamento. c) Dell’Anticristo e La comprensione della storia secondo l’Apocalisse di S.Giovanni, nella raccolta Il tempo della Chiesa.

9. Le traduzioni
Pubblicato 14 novembre 2012 | Da Matthewhite

Un autore francese era restio a far tradurre un suo libro, perché riteneva che in ogni traduzione c’era sempre del fraintendimento (Chaque traduction est toujours une trahison). Se si dovesse prenderlo alla lettera ci sarebbe da preoccuparsi. La grande maggioranza delle notizie che circolano per il mondo, nonostante la conoscenza delle lingue non sia limitata, sono frutto di traduzioni e quindi ciò che sappiamo non sarebbe che un insieme di falsità o almeno di imprecisioni e di confusioni.
Ciò deve metterci in guardia su ogni traduzione, in quanto il passaggio da una lingua ad un’altra non può essere fatto in modo letterale. Non ogni vocabolo ha un suo corrispondente nelle due lingue, ed ognuna esprime i concetti in strutture grammaticali e sintattiche sue proprie, che vanno riformulati nelle differenti strutture proprie dell’altra lingua. Ciò comporta un adattamento che esige una scelta di nomi, aggettivi e verbi non presenti nell’originale. Si comprende quindi subito il rischio che il pensiero dell’autore possa venir frainteso o anche oscurato dalla traduzione.
Questo può accadere soprattutto nelle opere di letteratura e di filosofia, che non è sempre sufficiente leggere in traduzione, dato che il traduttore oltre ad avere una conoscenza approfondita delle due lingue, deve anche essere addentro nella forma mentis dell’autore da tradurre. Il che non si verifica sempre.
A tale proposito, risulta – stando al ‘filosofo attraverso la storia’, Augusto del Noce – che riguardo a Cartesio e a Marx, i pensatori che hanno determinato il corso, l’uno della filosofia moderna, l’altro delle politica contemporanea, non siano stati per niente compresi nel loro genuino pensiero. E tuttavia si continua a fregiarsi dei loro nomi per basare i ragionamenti che si fanno sulla filosofia  e sulla politica di oggi. Se ciò fosse vero, tutto quello che oggi si divulga nella cultura, e i testi scolastici diffondono come pensiero ufficiale, è alquanto distorto! Sostanzialmente si ragionerebbe sul ‘sentito dire’, su ciò che ‘passa il convento’, senza preoccuparsi – almeno da chi dovrebbe controllare – quale sia davvero la verità, e smantellare i luoghi comuni. Evidentemente non prevale quanto anticamente costituiva l’orgoglio dell’intellettuale: ‘Amicus Plato sed magis amica veritas’.
Riguardo alla infedeltà che può incunearsi nel passaggio di pensiero da una lingua ad un’altra è illuminante l’uso del traduttore automatico, fornito dal computer. Esso è molto utile per affrettare le traduzioni e lo scritto viene tradotto immediatamente, con un autonomismo perfetto, per quanto riguarda i singoli termini e le frasi semplici. Quando però il periodo è ricco e complesso – dalla paratassi si passa all’ipotassi – la traduzione salta, il pensiero non passa, si ingarbuglia o si rovescia. E solo una conoscenza non superficiale della nuova lingua può in parte rimediare ai disguidi.
Nelle comunicazioni vitali e nelle esperienze personali, le cose semplici e comuni passano facilmente, ma quelle profonde e intensamente vissute, le parole usate nelle traduzioni possono comunicarle adeguatamente solo se il traduttore sa entrare in sintonia con l’autore e usare le parole che nella nuova lingua sono in grado di evocare quanto è comunicato o espresso davvero.
A livelli di cose semplici ed elementari può bastare il ‘linguaggio tecnologico’ dei cellulari o degli smart, ma quando si tratta della ‘rotondità della vita’, della realtà vera, fatta oltre che di razionalità, anche di sentimenti, di aspirazioni, di tendenza, di paure… occorre un linguaggio più articolato e complesso dove sotto i suoni e i ritmi si possa avvertire quello che la vita contiene di inesprimibile e con cui si entra in contatto per simpatia.
Ed è questo che confusamente nei più, e volutamente in pochi, viene a galla nelle forme artistiche delle avanguardie letterarie. Esse vogliono andar oltre le forme comuni, perché giudicate insufficienti ad evocare la complessità del reale. Che essi vogliono far sprigionare da situazioni ed atteggiamenti in cui la mente viene coinvolta con quanto di irrazionale e di istintivo c’è nelle movenze e eccitazioni fisiche, a produrre qualcosa di nuovo e di diverso, dove il super, l’extra e l’infraumano si confondono. Ma allora, più che a comunicare qualcosa di superiore – anche per l’uso di mezzi superficiali come le strumentazioni tecnologiche – si resta nell’indistinta immedesimazione collettiva che sa poco di umano, per finire inesorabilmente in un ‘enfouissement dans la bête’.

10. Schizofrenia
Pubblicato 22 dicembre 2012 | Da Matthewhite

Anch’io ho i miei anni e non è la prima volta che lo vedo in tv combattere la sua battaglia, deciso, cocciuto, quasi sempre solitario. Usando i mass-media, egli vuol essere convincente. Ci riesce, però, più con la gente che con i politici, i quali al di là delle formalità, lo scaricano presto. Marco è fermo, tranciante nelle sue espressioni, e punta al cuore della gente comune. Mi ci metto pure io tra questi tanti, che lo vedono ormai da tanto in questi suoi exploit. L’ultimo dei quali è tuttora in corso. La causa non è piccola – le condizioni dei carcerati – che ben conosco di persona, avendoli frequentati per diverso tempo nell’ambito di un servizio di volontariato.
Egli punta a provocare reazioni. La mia è stata questa. Vederlo così emaciato, dopo giorni di digiuno, alla sua veneranda età, implorare ascolto e udienza, ho provato pena e indignazione. Non sono tanti quelli che hanno il coraggio di battersi fino a questo punto, spesso con scarsi risultati.
Quello che mi sorprende, però, e non mi riesce di venirne a capo è il constatare che una persona, già anziana e con tanto di laurea in diritto, non abbia usato e non usi altrettanto impegno, determinazione e costanza, nel difendere tutte le cause in cui c’è di mezzo la vita. Che arrivi a fare delle scelte è insopportabile, e fa sorgere dei sospetti in questo suo battagliare, o almeno ne sminuisce di molto, se non del tutto, il valore.
Mi richiamavo ai suoi studi giuridici. Come è possibile che non veda che tutte le persone hanno lo stesso valore, e che se c’è una preferenza da fare, questa vada a chi è meno protetto, specie se in condizioni di non difendersi. Egli difende ora i carcerati, ha difeso le donne, porta avanti i diritti delle persone: è cosa grande. Dice di voler difendere la vita: è cosa grande. Ma come un laureato in legge non vede che una vita indifesa e inerme, merita un sostegno più intransigente di tutte quelle che sta giustamente difendendo? Peggio, che non veda l’enorme aberrazione di difendere la vita di alcuni con la distruzione della vita di altri? I detenuti sono tanti, ma mai quanto i feti – milioni ormai, nel mondo, tanto che i numeri sono quelli delle guerre mondiali – che le campagne e le leggi abortiste hanno contribuito ad uccidere. La sua formazione giuridica non mi permette di pensare che ignori che gli embrioni umani sono esseri umani. È già quercia l’ancor piccolo germoglio di essa, anche se non ha raggiunto ancora l’imponenza dell’albero maestoso. Mi sembra enorme dover ricordare queste elementarità.
Non può allora non indignare una persona, che da una parte arrischia la vita per tanti sfortunati carcerati, e dall’altra non batta ciglio per i milioni di feti che ha aiutato a far fuori.
Ho premesso a queste mie righe la parola schizofrenia. L’ho fatto perchè, ancora incredulo, ho cercato di trovarle una qualche giustificazione.
Lo so che lei, Pannella, cita anche le scritture sacre e l’ha fatto pure in occasione dell’aborto, richiamandosi a S.Tommaso, ingannando facilmente chi di teologia è digiuno.
Condivido in pieno, dunque, quanto sta facendo per i carcerati italiani, troppo dimenticati. Non penso però che le si possa dare pieno credito in queste sue battaglie civili, se non incomincia a ricredersi del male che ha fatto all’umanità intera, contribuendo a sopprimere ormai una moltitudine di esseri umani innocenti e indifesi.

11. Ignorantia elenchi
Pubblicato 24 febbraio 2013 | Da Matthewhite

Nelle Università medioevali non si permetteva di affrontare una discussione, se non si era all’altezza. L‘ignorantia elenchi – il non avere cioè presenti tutti gli elementi necessari per discuterne in modo adeguato – squalificava del tutto il partecipante. Per accedere a queste discussioni – le questiones disputatae – si doveva aver superato esami severi davanti a competenti. Si trattava si argomenti di elevata scientificità. Nulla a che fare con quelli che affrontiamo noi ogni giorno, grazie anche ai mezzi di comunicazione che ci danno la possibilità di dire la nostra. Siamo portati a dire qualcosa su ogni cosa ( ed è ovvio), a discuterne con calore e accanimento (cosa imprudente o ridicola). Sappiamo infatti che tante cose sono al di fuori della nostra portata. Ma su quelle che interessano la nostra vita personale sentiamo il diritto di intervenire, anche se di fronte alla quantità di argomenti e di fatti che gli specialisti della parola ci mettono davanti, spesso non abbiamo possibilità di contrapporci. Però sulle cose vitali, sulla sostanza della vita, non occorre tanta scienza e sappiamo vedere subito se chi ci parla ‘cum scientia’ lo si possa squalificare per ignorantia elenchi.
La vita, per quanto complessa sia, scorre sempre in un quadro generale, con dei punti fissi, garantiti i quali, scorgiamo subito se quanto ci viene detto, anche da laureati, vale o non vale. I punti sono: l’inizio, la meta e il tragitto.
Nelle discussione quotidiane non si può continuamente richiamarci a questi punti, perché le cose concrete ti assorbono, ma mentre agiamo e decidiamo, nel nostro pensiero c’è l’implicito riferimento ad essi e la decisione finale li tiene presenti. Nella pratica, la sapienza (il riferimento ai punti) e la scienza (la scelta delle cose) sono istintivamente unite. Chi è attento e sincero non cade facilmente nei trucchi e nelle furbizie del ‘venditore di notizie’.
Di questi venditori oggi ce ne sono tanti, rafforzati dai mezzi di comunicazione di massa. Ma è sempre in mio potere ascoltarli o non ascoltarli, aprire o non aprire loro l’ingresso (radio, tv, internet). Indubbiamente il frastuono è tanto. Ma è inutile lamentarsi. La possibilità di scegliere c’è ancora, pur se con un certo costo. Del resto la vita merita pur uno sforzo.
Sulla vita va detto, però, che c’è un orizzonte vicino e uno più discosto. E su quest’ultimo non sempre ci è possibile vedere bene. Ed è necessario vederci bene anche lì, perché è verso il più lontano che il nostro orizzonte si sposta.
Entrano in campo perciò le questioni di fondo. Perché siamo in questo mondo? Dove va la vita? Dopo la morte, essa continua o no? Qui non bisogna fare gli stupidi o essere superficiali. Su queste domande noi uomini non sappiamo rispondere. Ne sentiamo però di tutti i colori. Basta aprire una enciclopedia e di miti e di leggende e di filosofie ne troviamo una quantità infinita… Chi dice la verità?
È inutile girarci tanto intorno, c’è Uno solo che lo sa, l’UNICO che conosce davvero la vita, perché è alla sua origine e l’ha messa Lui in moto. Chiamalo come vuoi, ma questo UNICO c’è, ed è Lui che su queste cose va sentito. E’ l’UNICO competente. Se non capisci questo, o non ti importa, lasciami dire che sei abbastanza sciocco. Ti fai male da solo. Trascuri Chi ha le conoscenze complete, l’UNICO che non puoi accusare di ignorantia elenchi riguardo alla tua vita. Tutti gli altri, essendo uomini, per quanto brillanti e simpatici, sono carenti di conoscenze al riguardo.
Tiriamo le somme: di tutto quello che leggi e senti, hai sempre tu in mano il telecomando. Hai la possibilità di sintonizzarti sul canale giusto. Dipende solo da te. Non ci sono scuse, né puoi accusare altri. Il canale giusto c’è e lo puoi trovare. È l’UNICO che sa le cose e te le può dire. Intorno alla tua vita – come percorrerla nella strada terrestre e raggiungere la meta sopraterrestre – non c’è altre fonte certa e sicura.

12. ‘O natura, o natura…’
Pubblicato 5 maggio 2013 | Da Matthewhite

Credo siano pochi quelli che a scuola non siano stati colpiti dal poeta Giacomo Leopardi – in positivo o in negativo – e non abbiano conservato nella loro mente qualcuna delle sue poesie. A me è rimasto impresso, fin dalle Medie, il suo grido accorato che si trova in ’A Silvia’:
O natura, o natura,/ Perchè non rendi poi/ Quel che prometti allor, perchè di tanto/ inganni i figli tuoi?
Il periodo adolescenziale aiuta a sentire la struggente tristezza di cui la vita, in qualunque sua fase, impregna il nostro intimo, come un sottofondo esistenziale che accompagna silente il nostro terrestre andare… Un lamento difficile da assopire, perché risvegliato da delusioni ricorrenti. Mistero profondo che talvolta ci nasconde pure Dio, se non fosse, qual velo, strappato da San Paolo, con voce venutagli dal cielo:
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Nei miei anni di insegnamento, parlando ai giovani di Leopardi, dicevo loro che, senza la novità del Cristianesimo, il Leopardi non poteva che avere ragione. E per l’esame finale, avevo proposto ad uno di loro, di presentare quel ‘Canto notturno di un pastore errante dell’Asia’ in cui il poeta, in dialogo confidenziale con la luna e con il gregge esplora i perché di fondo del nostro essere, dove si pone e donde scaturisce o il senso o il non senso del nostro vivere.
Il modo con cui Leopardi sentiva la natura gli faceva trovare insopportabile la minima ombra e stonatura in essa percepita. (E non dovrebbe essere proprio perfetto quello che esce dalle mani di Dio? Non dice precisamente questo il ripetuto sguardo di Dio sul creato appena apparso: ’E vide Dio che era buono?’). Leopardi aveva ragione di ribellarsi e di soffrirne. La natura non poteva, non doveva essere così! Ma se fosse rimasta come Dio l’aveva fatta, il Leopardi non ne avrebbe sofferto. Non vi avrebbe trovato imperfezioni. Ma neppure essa ne avrebbe sofferto, ci rivela Paolo. Anch’essa e non solo l’essere razionale soffre dello stato in cui si trova. Essa però – egli continua – non si rassegna, ma spera. Perché se si sente violentata, sa che non è stato Dio e sa che Lui non la abbandona. Rovinata da Satana, la natura recupererà la sua essenza nell’uomo e con l’uomo. Essa è quindi in attesa che l’umanità, l’essere umano, si rivesta di nuova vita, si riprenda la sua natura di figlio di Dio. A dir il vero Leopardi avrebbe potuto risalire a questo pensiero di Paolo, riandando a quelle frasi che da giovincello ha sentito spesso ripetere dai suoi precettori ecclesiastici, nell’ascoltarne la messa, magari come chierichetto: ‘Deus qui humanae substantiae dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti’ (Dio che ha creato la natura umana in modo mirabile, in un modo ancora più mirabile l’ha restaurata.)
La natura non può che essere bella e perfetta, perché è uscita da Dio. Non è manchevole per se stessa. La sua deformazione che tanto fa soffrire, è scaturita da un suo nemico, il Diavolo. Ma si tratta di una deformazione solo temporanea, che sarà a tal punto cancellata, che con il ripristino, sarà innalzata, con tutta l’umanità, ad una perfezione più grande ancora.

13.’Coloro che tengono la verità prigioniera…’
Pubblicato 18 luglio 2013 | Da Matthewhite

‘Coloro che tengono la verità prigioniera dell’ingiustizia’. E’ una frase di Paolo, della lettera ai Romani, con cui egli indica tutti quelli che si oppongono a Dio, riferendosi dapprima ai pagani, ma poi includendovi anche gli ebrei. L’essere contro Dio, il non volerne sapere, l’ateismo insomma, non è per lui il risultato di una conoscenza o di un ragionamento, ma la conseguenza di un esplicito rifiuto della verità.
Gli specialisti vi si sono fermati non poco, ma non sempre in modo adeguato, al dire dell’esegeta Heinrich Schlier. Nel suo commento alla lettera di San Paolo, egli non manca di rilevarlo, citando i nomi degli autorevoli colleghi: «…e non è neppure vero che Paolo, come intende un’esegesi assai diffusa»… «non è, come ritiene O.Michel con A. Schlatter»…«non è neppure come ritiene O.Kuss…».
Uno dei rischi più insidiosi e deleteri nell’interpretazione della Sacra Scrittura è quello di leggerla con la mentalità di oggi – che è tutt’altra cosa dall’applicarla all’oggi -; occorre immergersi nella mentalità del tempo, in quella della comunità primitiva e, qui, nel pensiero di Paolo.
In questo passo è fondamentale la parola verità, che ha un senso diverso da quello che immediatamente le diamo noi oggi. La collochiamo nella sfera gnoseologica, come qualcosa di soggettivo, semplice conoscenza. Lo Schlier avverte che il suo senso lo si può cogliere solo rapportandolo a quello che è, per Paolo, il suo vero contrario: «L’opposto della verità non è in primo luogo la menzogna intesa in maniera soggettiva, bensì l’ingiustizia che opprime la creazione sotto il potere della menzogna oggettiva… La verità è quel che il Creatore elargisce ed esige nella sua creazione, è il ‘giusto’ dell’essere e dell’esistere».
La verità qui, non è prima di tutto la conoscenza della realtà, neppure di quella di Dio, ma la realtà stessa, l’oggetto della conoscenza; realtà che comprende le cose, Dio e l’uomo insieme. Non quindi qualcosa di soggettivo, presente solo nella mente, ma ciò che oggettivamente struttura e anima il creato, grazia alla presenza in esso della ‘gloria’ di Creatore, che nell’uomo si esprime in meraviglia e soddisfazione, cui l’intelligenza e la volontà aderiscono, conferendo all’istinto la dimensione cosciente e di lode e di ringraziamento al Creatore.
‘Dio nessuno l’ha mai visto ‘(Gv.1,18), ma nel creato si può percepirlo. Traspare in esso, e gli uomini sono in grado di rilevarlo. Purtroppo, però, ‘pur conoscendo Dio, non lo hanno glorificato né gli hanno reso grazie’. Non hanno dato seguito, cioè, alla «realtà palese ed effettiva della creazione di Dio» che è aperta verso di Lui, cui pure l’uomo è inclinato per istinto interiore. La «conculcano con la pratica dell’ingiustizia, non permettendole di manifestarsi ed esplicarsi». «Nell’azione ‘ingiusta’ viene sempre violata anche la realtà ‘giusta’, ossia quella realtà che è manifesta ed effettiva nella creazione in quanto creazione. L’ingiustizia nasconde e insieme opprime questa verità». Questa apertura cosciente, gli uomini l’hanno rifiutata, compromettendo la loro struttura cognitiva, e snaturandone l’attività.
Gli effetti deformanti sull’essere umano di questo rifiuto toccano sia la conoscenza sia l’uso del creato, e scattano immediatamente, come ‘ira’ di Dio, contro ogni ‘empietà ed ingiustizia’. È la conseguenza subitanea dell’uscita dall’ordine di Dio. Tale ordine è essere e l’uscita da esso è entrare nel non-essere. Fuori di esso non c’è che il nulla. Uscirne è annientarsi.
Così le catastrofi, le disgrazie, i mali che si manifestano e si sprigionano nel corso della storia non sono che la reazione di questo ordine inviolabile, come un’anticipazione di ciò che significa l’uscita definitiva da esso alla fine dei tempi. Un’anticipazione che è pure un preavviso a chi ora se ne sta fuori, a voler rientrare nell’ordine, prima che il tempo manchi e tale possibilità cessi.

14. Poteri forti
Pubblicato 5 febbraio 2014 | Da Matthewhite

Con questa espressione si indica spesso chi determina, sopra le nostre teste, gli avvenimenti decisivi nella società. Si usa anche il termine di lobby, in riferimento a potenze economiche o all’influenza di logge massoniche. Più indietro nel tempo si parlava di società secrete o di sette (catare, gnostiche…) depositarie di conoscenze accessibili a pochi (gli illuminati) e da loro gestite.
La gente comune non vi presta tanta attenzione, pur preoccupandosi dell’oscurità e anonimato con cui avvengono certi fatti. Ma c’è anche chi si interroga su questi poteri forti. Ci sono ricerche e spiegazioni in cui anche le religioni portano la loro parte. In genere però ci si ferma alla dimensione politica ed economica, con in prima fila il potere delle banche; quello che, invece, dicono le religioni viene trascurato, dato che è ritenuto frutto di superstizione, se non di menti malate o esaltate.
Si dice questo anche del Cristianesimo, il quale pur non escludendo la dimensione politica e economica dei poteri forti, ne dichiara l’insufficienza come spiegazione, e rivela una realtà ‘superiore’ che può influenzare quello che avviene a livello terrestre, umano, sociale e storico. Ma questo, il cristiano lo dice, non come risultato di studi e di ricerche umane – pur essendoci testimonianze di fatti che restano inspiegabili – ma perché lo ha saputo da Chi egli ritiene l’unico competente in queste cose. Qualcosa che insomma può essere conosciuta solo per Fede, la cui possibilità è lasciata alla valutazione del singolo, di fronte all’eventualità che Dio si esprima.
Il cristiano è per la ragionevolezza di tutto questo e quando legge i Vangeli trova che questi poteri si manifestano chiaramente e che proprio con essi Gesù si scontra, quando libera la gente dagli influssi diabolici. Il cristiano trova poi nelle lettere apostoliche che il potere malefico interessa settori che superano le singole persone. E addirittura dal libro dell’Apocalisse viene a sapere che i poteri satanici hanno una potenza ed estensione che influenzano anche le strutture socio-politico-economiche. Sono affermazione che vengono però screditate da tante altre, presenti tra il popolo, e che sono fantastiche e immaginarie, infantili e ridicole.
I cristiani lo sanno e lo tengono presente nel pensare e nell’agire, cercando di evitare allarmismi e ingenuità. Se quindi non si può dire – per il cristiano –  che in ogni azione umana e sociale negativa sia sempre presente l’influsso demoniaco, e quindi non si possa far niente per contrastarlo (le forze maligne ci superano), così non si può neppure dire che quando c’è del male, questo sia sempre e solo umano, e quindi sia da escludere un possibile influsso demoniaco, e non serva quindi ricorrere a Dio.
Il male ha una doppia valenza e il cristiano sa che per affrontarlo adeguatamente deve evitare sia l’atteggiamento spavaldo-ingenuo di chi pensa di cavarsela da solo, sia quello pessimistico-tragico di chi dice non esserci mezzi per opporsi.
E se le condizioni di vita per noi sono queste, non ci possono non essere conseguenze anche nel nostro modo di pensare e di ragionare. Con un’impossibilità di accordo a livello di logica – anche se l’illusione risorge sempre – fra chi crede in Dio e chi no.

15. Strategia LGBT
Pubblicato 2 aprile 2014 | Da Matthewhite

Nel numero precedente invitavamo i corifei omosessuali a portare ragioni vere per una discussione pacata, smettendo di ricorrere a mezzi puerili e prepotenti, come quelli usati presso Amministrazioni civiche di grosse città italiane, scavalcando regole e controlli per imporre in campo didattico-formativo procedure e programmi non vagliati né accettati dai primi educatori degli alunni.
A quell’invito ora siamo in grado di scendere nel concreto per discutere quanto abbiamo trovato su internet, come ideale omosessuale – e proprio nei rapporti con bimbi e ragazzi – ad opera dello stesso ideologo delle ‘Associazioni LGBTQ’ Mario Mieli:
‘Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e braccia aperte la sensualità inebriante che producono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica’. (‘Elementi di critica omosessuale’ – 2002, pag. 62).
Leggere queste righe, dopo il periodo tenebroso della pedofilia, rabbrividisce. Si sono presi gravi e urgenti provvedimenti contro chi si è macchiato di tanta bassezza, verso i nostri piccoli. E non vedo perché non ci sia in questo scritto una bella e buona apologia di reato. Non so quale padre e madre, per poco che siano normali, non inorridisca al pensiero di i propri figli possano cadere in mano a chi è guidato da questi principi, se questi hanno il lascia-passare nelle istituzioni educative. C’è un capovolgimento perverso del senso comune, un pervertimento totale del sentimento comune, uno stravolgimento profondo del rapporto adulto-bambino. I piccoli vanno sottratti alla famiglia, perché – dicono – ’traumatizza’ ed ‘educastra’, vanno consegnati nelle ‘braccia’ di chi è in grado di ‘desiderarli eroticamente’ e di ‘fare l’amore con loro’. In mani a gente che  si comporta così non già per ‘debolezza’ o ‘sentimento’ ma per un principio a suo modo morale, ritenendo di agire per il bene del bimbo.
In questo scritto c’è una sfida aperta alla società normale, alla famiglia come il buon senso la intende. Non è possibile accettare inermi e senza reagire decisamente a ciò che mina così profondamente il vivere sociale e perverte i rapporti umani più fondamentali. Una concezione cosi pervertita della sessualità si può spiegare solo come odio feroce per tutto quello che la civiltà umano-cristiana ha costruito nel corso dei secoli.
Se nei riguardi di tanti omosessuali che vivono serenamente la loro condizione, che va rispettata e difesa contro volgarità e disprezzo idioti, invece con i condottieri del sesso libero e sfacciato, contrabbandato – bontà loro – come segno di una civiltà superiore, non va abbassata la guardia e i soliti buonisti devono svegliarsi e non abboccare a suono ammaliante dei loro pifferi incantati.

16. Indifferentismo religioso
Pubblicato 8 maggio 2014 | Da Matthewhite

Indifferentismo religioso e irreligione naturale. È ciò che affligge tanto e rattrista non poco la Chiesa, i genitori e gli educatori cristiani. Al n° 53 e al n° 54 si è detto qualcosa soffermandosi sull’«analfabetismo religioso», sul vuoto di idee, cioè, che c’è nella testa dei cristiani di oggi, che rende fragilissimo e confuso il loro vivere. Un vuoto reso più profondo da una cultura e una vita sociale che affievolisce sempre più ciò che resta di cristiano nel fondo della coscienza. Specie nel giovane che inserendosi nel sociale, si vede costretto a soffocare del tutto il suo sentimento umano-cristiano dalla struttura socio-economica moderna, intrisa di violenza e di menzogna. La tendenza naturale dell’adolescente a svincolarsi dalle abitudini e legami infantili, vi ingloba tutto ciò che gli ricorda quelle restrizioni, ma pur vedendone anche nel sociale e nell’economico, non gli è possibile opporvisi, dovendo inserirsi in esse.
Ogni residua opposizione viene poi infranta dagli intrattenimenti e svaghi, che abbondano nella società, che gli fanno apparire anacronistico e ridicolo ogni pensiero e atteggiamento che non vi si adegui. E anche se gli viene qualche dubbio, è più portato a considerarsi lui in fallo, che non la maggioranza. Che può fare una informazione religiosa flebile e limitata ancora a disposizione del giovane, contro la pubblicità contraria, continua e ossessiva, che lo raggiunge in forme quanto mai accattivanti?
L’ambiente e la società finisce per avere la meglio. Ed è logico, è normale. Del resto anche il Cristianesimo quando è apparso, si è diffuso come una comunità. L’incontro, la convinzione, per quanto volontari e consapevoli, avvengono all’interno di un gruppo. L’informazione, la conoscenza non è qualcosa di astratto e freddo, deriva e trasborda in convinzioni e pratiche comuni. Il coinvolgimento esteriore viene in un secondo tempo interiorizzato. Tanto in positivo quanto in negativo.
San Paolo, era consapevole anche di questo, quando invitata i cristiani a fare la verità nella carità. Sia per chi comunica la fede sia per chi la pratica: se vogliamo crescere nel Cristo totale, comunitario, attraverso tutto quello che abbiamo e disponiamo, non si può che realizzare la verità nella carità.(Ef.4,15). E chiaro che in questo momento i primi ad essere interpellati siano quelli che sono deputati ad insegnare e ad aiutare: i sacerdoti, i genitori, i docenti. Si insiste, giustamente, sulla testimonianza, ma questa da sola non fa più ‘colpo’, anzi viene derisa. Ci vogliono tutte e due. La testimonianza non va disgiunta dal corredo di idee chiare e argomentate, perché solo con le idee si può affrontare l’abbondante seminagione a-cristiana e anticristiana che impregna la cultura e l’informazione odierna, che raggiunge specie la gioventù attraverso i mass-media.
I cristiani hanno di fronte una china non breve e non facile da risalire. L’indifferentismo religioso e l’irreligiosità naturale hanno consolidato nella gente, anche cristiana, abitudini di cui ignora completamente la mentalità che le ha originate; una mentalità, che prescindendo dal cristianesimo, ha dato origine, e non da adesso, alla situazione socio-economica in cui ci troviamo.

17. La religione
Pubblicato 15 settembre 2014 | Da Matthewhite

Chi dà un’occhiata agli argomenti trattati negli ‘spunti’ nota che la maggioranza riguarda la realtà religiosa. Ciò appare ovvio perché l’atteggiamento religioso non è questione di riti e di cerimonie -quindi qualcosa di marginale e occasionale- ma di una realtà che sta alla base di ogni comportamento umano, anche in chi non va mai in chiesa e persino di chi si dichiara ateo. Ne abbiamo parlato, tra l’ altro, al n. 5 ‘Fede e fede’, al n. 12 ‘Religione e religioni’, al n. 29 ‘Il cristiano e gli avvenimenti’, ai nn. 39-40-41 ‘Il cristiano adulto’, al n. 43 ‘L’individuo e il Cristianesimo’, al n. 51 ‘I giovani e la Fede’, al n. 55 ‘Gli anziani e la Fede’, al n. 66 ‘La scelta cristiana’, al n. 76 ‘Il sentimento religioso’, ai nn. 97-98 ‘La storia e il cristiano’, e ai nn. 111-112-113 ‘Chi è il cristiano’.
A sentire alcuni personaggi alla ribalta e anche certi dotti giustificare la loro estraneità religiosa, c’è da lasciarsi cascare le braccia. Bobbio, per esempio, che tra i laici si è dimostrato uno dei più sensibili riguardo ai problemi morali dissentendo anche dai suoi amici, non ha trovato argomenti migliori per sostenere la sua non-religione, rifacendosi alla pratica a cui era costretto da ragazzo a proposito della confessione settimanale. Leggendo poi il libro del filosofo Russel ‘Perchè non sono cristiano’, dopo le prime pagine me ne son staccato per non continuare a leggere frasi fritte e rifritte, disgustose in bocca ad un intellettuale, tollerabili solo in quella di un adolescente ancora in ricerca. Come si può vivere con un ateismo così fragile e inconsistente, lontano le mille miglia dalla dignità e ‘grandezza’ di quello del Leopardi, da cui ti senti davvero interpellato e anche ad aderirvi, senza il Cristianesimo.
Non si può accettare come argomento razionale, il seguente: ‘Se il mondo vuole soltanto se stesso, allora non ci si può domandare a quale scopo insomma esista… non si può chiedere perché mai insomma esista qualche cosa e non piuttosto il nulla’. Perché il problema dell’origine o del senso dell’esistenza è un problema che è sorto solo in clima ebreo-cristiano.
Quando sento ripetere con insistenza che urge occuparsi del know how e non di altro, concordo se me lo dice un artigiano che sta eseguendo un lavoro. Ma egli stesso di darebbe del matto se gli dicessi di procedere nel lavoro, senza però dirgli cosa fare e dove farlo. Senza cioè ciò che permette al suo know how di entrare in azione.
L’aria di sfida e di superiorità che l’ateo mostra nei confronti del credente non è che una ventata che s’affloscia di colpo, manifestandosi una razionalità che sfuma in una fede nascosta, a conferma di quella ragionevolezza che sta sempre alla base della Fede. Tra laico e credente non c’è differenza. Non c’è in uno la ragione e nell’altro la credulità. Entrambi vivono di fede. Uno di una fede con la effe minuscola, l’altro con la Effe Maiuscola. La vince chi si basa sulla fede più ragionevole. Tu ateo credi che lo sia quella basata su parole umane, io, quella che si basa sulla Parola di Dio. Se Dio non c’è, siamo alla pari: le tue parole valgono come le mie. E quindi non c’è tanto da vantarsi. Se invece Dio c’è, non so come te la cavi.
Ma sulla religione, ce n’è anche per il credente. Ammesso Dio, non è che i rapporti con Lui possiamo deciderli noi. Ma, specie dopo il Concilio ultimo, si è ripresentato un atteggiamento già apparso nella storia cristiana: nel cosiddetto ‘cristiano adulto’ riecheggia l’eresia pelagiana dei primi secoli e quella ‘natura pura’, inventata dalla teologia gesuita del XVI secolo. L’idea che tra natura e sopranatura, tra ragione e grazia, ci sia distacco. In modo che ‘in naturalibus’ la ragione e la volontà umane se la possano cavare benissimo da sole, prescindendo dalla luce e dalla forza della grazia divina. E se ne sono tratte le conclusioni pratiche nella ‘teologia della liberazione’ e nella ‘autonomia politica’.
Nonostante gli sconquassi teorici e pratici che ne sono seguiti, non si è ancora giunti ad un chiarimento, che mi pare invece scaturire dall’ABC del cristianesimo. Infatti la creazione e la storia, l’universo e l’umanità, trovano fondamento e origine nel Verbo (Cfr. Lettera Efesini, Colossesi e Prologo di Giovanni). L’Incarnazione del Verbo non è solo qualcosa che segue la caduta originale, motivata dalla caduta e spiegabile cioè solo con la Redenzione. Ma precede pure la Creazione, di cui è anche la ‘ragione’. La Creazione non ci sarebbe senza l’Incarnazione. L’argomento della gloria di Dio, mostra quasi che Dio sia alla ricerca di un ‘altra’ gloria, come se quella che possiede fosse insufficiente. Che lo abbia fatto «d’istinto», per bontà o con gioia è cosa scontata in chi è perfetto e felice, ma indica piuttosto la modalità. Posta la decisione in Dio di creare – nessuno poteva impedirgli di creare – la «via» attraverso cui farlo era quella del Verbo, nella «direzione» del Verbo, nell’«ambito» del Verbo, all’«interno» del Verbo. Nel Verbo quindi c’è l’inizio e la conclusione della Creazione. Se ‘in mente Dei’ c’è la sequenza: Incarnazione, creazione, redenzione e divinizzazione, nell’umanità e nelle sue vicende si deve tener presente dapprima la sua dipendenza dal Logos iniziale; e in secondo luogo il guasto in essa penetrato per l’influsso di Satana. Influsso diabolico che non ha compromesso tutto, e quindi c’è ancora del positivo nell’umano, ma chi può stabilire cosa sia e dove esso sia per staccarlo dal guasto presente, è solo il Cristo, che prima, in quanto Verbo, ve l’aveva posto.
Pretendere allora di fare qualcosa di valido nell’umano e nel sociale prescindendo da Cristo è impossibile, si cade nell’infantile e nel ridicolo. Ancora. Cristo, rimasto nel mondo solo 33 anni, ha prolungato la sua presenza nella Chiesa per restare ancora nella storia. E nella Chiesa, specie nei suoi responsabili, Egli continua, come Verbo-Cristo, il lavoro di distinzione e di riparazione. La pretesa di una ‘natura pura’ e di una ‘autonomia umana’ al di fuori e prescindendo dal Magistero della Chiesa è uscire dal seminato, è entrare in apnea.

18. Nota a Tr.cr. 6
Pubblicato 12 novembre 2014 | Da Matthewhite

La visione cristiana della vita, oltre che in campo politico, si evidenza in quello morale, e ultimamente in modo speciale nella sessualità. E se si sono notate diverse incertezze fra i cristiani nella problematica della omosessualità, è perché non si sono tenuti presenti i tre influssi che la Scrittura indica  agire sulla vita individuale e sociale degli esseri umani. Le argomentazioni psicologiche, sociali, economiche… sono importanti per un approccio pastoralmente adeguato alle circostanze concrete e alle soggettività individuali. Ma il primo approccio da fare è con la Rivelazione. E farlo serenamente e senza pregiudizi. Non si può allora non incontrare San Paolo, che nella lettera ai Romani ne parla in modo esplicito, dichiarando la omosessualità espressamente una perversione. Apparsa fin dalle origini della storia.
A livello scientifico si fanno tre ipotesi sull’origine della tendenza omosessuale, la volontaria, l’innata e la psicologica, senza che ognuna sia sufficiente senza le altre due. Quella di Paolo, quindi, in quanto volontaria (e trasmissibile) non si può scartare.
Le eccezioni alla differenziazione fisica delle strutture sessuali sono rare e considerate patologiche – con l’entrata dello spermatozoo nell’ovulo tutte le cellule dell’organismo che ne segue sono tutte cromosate (XX se femmina, XY se maschio) in una duplicità che nel seno materno continua in una articolazione progressiva (cromatica, gonadica, somatica, gametica) per fissarsi in due apparati fisici complementari, che, con la produzione degli spermatozoi e degli ovuli, determinano l’attrazione eterosessuale che sfocia nella continuazione del genere umano.
Nell’attrazione sessuale però, non raramente, si manifesta una sfasatura tra la struttura e la tendenza, come attrazione tra individui omosessuati o anche verso individui di entrambe le forme sessuate. E i tentativi fatti per spostare la tendenza dall’omo- all’etero- non sono riusciti, tanto che molti scienziati sono dell’idea che la cosa non sia da fare. Quindi tale tendenza sarebbe innata e inciderebbe sulla popolazione, stando alle statistiche, dall’1 ogni 10.000 persone, all’1 %. (Per il rapporto Kinsey la percentuale sarebbe sul 5 %). Deviazione quindi minoritarie e forse anche per questo viste come innaturali.
Riguardo al giudizio di San Paolo, secondo alcuni, si tratterebbe di una deviazione dalla posizione di Cristo, che non ne parla mai. Nei Vangeli però non c’è tutto quello che Cristo ha detto e ha fatto, per cui il loro silenzio non depone né in un senso né nell’altro. Per dirlo bisognerebbe poter accedere a Cristo in una forma e via, diversa da quella che solamente possediamo: gli scritti della Comunità primitiva. Si replica però che Paolo non faccia che esprimere la mentalità ebraica, severissima in campo sessuale, e quindi come in altri avvisi morali della Chiesa primitiva, rifletta un ambiente storico particolare, che un cristianesimo universale e purificato è destinato a dismettere.
Non risulta però che la Chiesa abbia mai inteso il discorso di Paolo diversamente da come suona alla lettera. Perciò l’omosessualità come deviazione non viene scartata. E’ una deviazione che è conseguenza di un rifiuto di restare in un dato ordine. E come conseguenza potrebbe rientrare nel numero delle predisposizioni che si trasmettono in eredità. Le conseguenze del rifiuto si sono rivelate nell’inversione dell’adorazione (le creature adorate al posto del creatore) e nello squilibrio della struttura psicofisica (l’abbandono dei rapporti sessuali naturali per quelli contro natura).
Sembrerebbe che lo sconquasso verificatosi nella natura venga ad avvalorare la proposta dei ‘gender’ che sostengono che da essa bisogna prescindere. Conseguenza logica, se la natura fosse rimasta in quelle condizioni e non fosse stata riparata. E proprio da Chi originariamente l’ha creata. Pur nelle condizioni in cui si trova, la natura parla ancora, attraverso la riparazione ricevuta, potendo anzi riavvicinarsi all’originale, utilizzando i mezzi che Dio-riparatore ha predisposto.
Il commento al versetto (Rm,1,21) in cui Paolo spiega la perversione avvenuta nell’uomo con il suo rifiuto, lo leggiamo in Schlier, che diversificandosi da ‘un esegesi assai diffusa’, così si esprime: Qui Paolo non si riferisce ‘al processo per cui da una conoscenza «teoretica» l’uomo trae conseguenze «pratiche»’, ma ad ‘una conoscenza di Dio’ che ‘si palesa e si mantiene in quanto l’uomo tributa a Dio la dovuta considerazione e il suo ringraziamento. La devota considerazione e riflessione, che inerisce al «percepire con gli occhi della mente»… si raccoglie nella devozione che è propria della conoscenza di Dio quale Creatore… La conoscenza primordiale di Dio si colloca in definitiva nel ringraziamento, in cui la creatura si fa debitrice del Creatore’. Non avendo ‘mantenuto a Dio il riconoscimento che gli si deve in quanto Dio, sono caduti in uno stato di «irriconoscenza»’ (Commento-Lettera i Romani-Paideia,1982)
In quanto conseguenza ereditata, tale tendenza per il cristiano non può né deve essere ascritta a colpa o ridicolizzata. Parimenti non deve essere considerata un ostacolo o un impedimento all’esercizio di professioni o di incarichi sociali. Cosa che del resto si sta già ampiamente verificando e che quindi è da appoggiare. Ciò che non sembra invece da appoggiare con leggi e strutture è il passaggio di tale tendenza ad una convivenza psico-fisica stabile, essendo pur sempre una deviazione oggettiva, che, pur incolpevole è foriera di disfunzioni sociali.

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